DDL AUTONOMIA DIFFERENZIATA SPACCA LE REGIONI: MARSILIO, “È BOZZA”; DE LUCA, “BARRICATE”

17 Novembre 2022 10:15

Regione - Politica

ROMA  – “Niente regioni di serie A e regioni di serie B”, “in questo modo si spacca l’Italia in due”: agita le acque politiche e scatena lo scontro la bozza di ddl sull’autonomia differenziata che il ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, il leghista Roberto Calderoli, porterà oggi alla Conferenza Stato-Regioni.

La riforma prevede la possibilità di trasferire le competenze su 23 le materie alle Regioni, che potranno tenersi quota parte delle entrate fiscali, invece di versarle nella “cassa comune” dello stato.

Ma a  finire nel mirino sono due righe di testo che introdurrebbero una modifica sui Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Si tratta di quegli standard minimi che ogni Regione, nell’erogare i servizi pubblici a essa demandati, deve rispettare, per garantire i diritti sociali e civili dei cittadini, a prescindere da dove vivano. Con la riforma i Lep (stabiliti a livello centrale) diventerebbero in qualche modo facoltativi, se dopo un anno il governo non li avrà stabiliti, garantendo le  relative coperture.





E il rischio incombe proprio sulla Sanità, che rappresenta l’80% delle spesa delle Regioni. A lanciare l’allarme ad Abruzzoweb era stato prima delle elezioni del 25 settembre, è stato anche Alessandro Grimaldi, presidente regionale dell’Anaao, il sindacato dei medici: “In questa campagna elettorale non si sta affrontando con la dovuta attenzione il tema della riforma in itinere dell’autonomia differenziata: se le regioni più ricche si terranno quota parte dei soldi delle tasse dei cittadini del loro territorio, che ne sarà della sistema sanitario nazionale, e di quelle di regioni come l’Abruzzo che spendono più di quello che incassano? Rischiamo davvero una sanità di serie A e una di serie B, quando invece dovrebbe essere universalistica e garantita a tutti i cittadini italiani, a prescindere da dove sono residenti”.

A lanciare bordate contro il governo di Giorgia Meloni e il suo ministro Calderoli, è ora in primis il governatore della Campania Vincenzo De Luca, del Pd: “Abbiamo già formalizzato con un documento ufficiale – ha detto De Luca – che abbiamo consegnato alla Conferenza delle Regioni il nostro totale dissenso rispetto al disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata. L’ipotesi Calderoli significa spezzare in due l’unità nazionale e condannare a morte il Sud. Spezzare l’unità nazionale perché si ipotizza una competenza autonoma delle regioni per quanto riguarda personale sanitario, personale scolastico e personale previdenziale. Questo significa che l’unità del Paese viene distrutta”. E annuncia barricate facendo fronte comune con Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Lazio. Favorevoli non sono solo i leghisti Luca Zaia per il Veneto e Attilio Fontana per la Lombardia, ma pure i dem Stefano Bonaccini per l’Emilia Romagna ed Eugenio Giani per la Toscana.

Invece governatore dell’Abruzzo, Marco Marsilio di Fratelli d’Italia, invita alla calma, “Non c’è stato alcun blitz”, ha dichiarato a Il Messaggero, “quella del ministro è soltanto una bozza. Ascolteremo la sua proposta e avvieremo un dibattito. Anche perché non si tratta di un testo condiviso con il governo, che su questa materia deve ancora riunirsi”.





Ai governatori potranno andare le competenze su giudici di pace, istruzione, ambiente, beni culturali, rapporti con l’Ue, commercio estero, sicurezza sul lavoro, professioni, ricerca scientifica, salute, ordinamento sportivo, protezione civile, porti e aeroporti, grandi reti di trasporto, energia, previdenza complementare, coordinamento della finanza pubblica, casse di risparmio, enti di credito fondiario e agrario. Insomma, le regioni che, ai sensi della Costituzione, chiederanno l’attribuzione di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, siglando apposite intese con lo Stato, potranno spingere fino al massimo il livello di decentramento amministrativo. E potranno a loro volta trasferire le funzioni ricevute a comuni, province e città metropolitane del proprio territorio (assieme alle relative risorse).

I territori potranno tenere una quota del gettito fiscale e lo Stato perderebbe una parte delle entrate. Scomparsa nella bozza la possibilità alternativa di finanziare le funzioni trasferite introducendo nuove tasse per i propri cittadini.

 

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