QUANDO IN PIAZZA ARRIVAVANO I VENDITORI DI SOGNI. L’EPOPEA DEI CINEMARI NEI PAESINI D’ABRUZZO

NEL DOCUMENTARIO IN USCITA DI JULIAN CIVIERO LA STORIA DI EPICI PERSONAGGI, COME AQUINO REATO E FRANCESCO ROTELLINI, E DELLE SALE ORA CHIUSE DA PAGANICA A CAGNANO AMITERNO. "RACCONTO UN'EPOCA, SENZA TELEVISIONE E CELLULARI, QUANDO LE IMMAGINI SULLO SCHERMO ERANO UNA MAGIA E GLI SGUARDI PIU' CAPACI DI STUPORE"

di Filippo Tronca

1 Agosto 2021 08:13

L’AQUILA – “C’è stato un tempo anche in Abruzzo, in cui andare al cinema aveva un altro significato, nelle piccole sale di paese, o in piazza, quando arrivavano i cinemari. Non si andava solo per vedere il film, in anni in cui nessuno aveva la televisione, ma era un punto di incontro, tra amici e parenti, dove sbocciavano i primi amori, da cui sono nate famiglie, davanti a teli bianchi che erano finestre su mondi sconosciuti. Era un rito collettivo, pari all’andare la domenica in chiesa”.

Il passato non va guardato con nostalgia, ma per realizzare le sue promesse. Questo il pensiero viene incarnato, nell’impalpabile forma dei fotogrammi, nel documentario  “Cinemari”, prossimo all’uscita, a firma di Julian Civiero, 48enne fotografo e regista romano, che dal 2006 vive molti mesi l’anno a Fontecchio, in provincia dell’Aquila, e che ha collaborato con la Bbc, la Rai e Mediaset.

Il documentarista è andato innanzitutto sulle tracce dei cinema di paese nell’entroterra aquilano, raccogliendo poi le straordinarie e toccanti testimonianze dei cinemari, viventi e passati a miglior vita, che arrivavano nelle piazze con i loro furgoni, e spesso con il gruppo elettrogeno, perché in molti paesi non c’era la corrente elettrica, regalando sogni agli spettatori, in tempi in cui quelle immagini in movimento che si materializzavano da un fascio di luce bianchissima e  pulviscolare, erano una sorta di misteriosa e avvincente stregoneria.

Protagonisti del documentario sono Aquino Reato, veneto di nascita, aquilano di adozione, tra i cinemari d’Abruzzo il vero pioniere, scomparso nel 2012. Padre di Marco Reato, oggi imprenditore di successo di Vitha group, che da giovanissimo seguiva il padre nelle varie trasferte e proiezioni, adibito al ruolo di maschera, mentre la madre era alla cassa a vendere i biglietti. Non è un caso che, ancora oggi, Marco Reato organizza serate di cinema all’aperto con le stesse cineprese che utilizzava il padre.

Ci sono poi altrettanto leggendari personaggi, come Roberto Paone di Cagnano Amiterno, scomparso nel 2013, lasciando il testimone al figlio Elio Paone, e ancora Antonio Aristotile e il figlio Stefano Aristotile, sempre di Cagnano Amiterno, l’aquilano Sergio Tobia, Francesco Rotellini di Paganica.

“Ci sono due aneddoti che riassumono la magia dei cinemari – dice subito Civiero -,   capitati ad Aquino Reato, e tramandati di padre in figlio:  una volta arrivò in paese, e iniziò a montare un grosso telo bianco usando la carrucola di un pagliaio. Il proprietario del pagliaio gli chiese, “ma nel film gli attori fumano?’. Reato rispose “Non lo so, ma probabilmente qualche fumata se la faranno’. E lui: “Allora smonta tutto che mi prende a fuoco il fieno!”.

E ancora, “serata a Teramo, alla fine del primo tempo un signore si avvicina a Reato e gli disse: “Senta, lei è proprio bravo! Perchè vede, che lei faccia la voce degli uomini lo posso capire, ma come fa a fare così bene la voce delle donne!”.

Ci sono poi i cinema di paese, a gestione famigliare o parrocchiale, assai diffusi: nel documentario si fa l’esempio in particolare del cinema Iovanelli, che ha operato dal 1951 a fine anni ’70 a San Giovanni, frazione di Cagnano Amiterno, gestito dalla famiglia di Roberto Paone, mentre a  Cagnano Amiterno paese, c’era invece il cinema Risorgimento, operativo dal 1954 al 1981, gestito da Antonio Aristotile, classe 1927.

E poi il cinema Nazionale  di Paganica, popolosa frazione dell’Aquila, ospitato in un palazzo ora spazzato via dal sisma del 2009, di cui fu protagonista Francesco Rotellini, classe 1948.

E ancora sempre in provincia dell’Aquila, a San Demetrio ne Vestini, c’erano ben due cinema, l’Aurora e quello dei Padri Rogazionisti, o Ricreatorio, come lo chiamavano localmente, a Rocca di Mezzo il cinema Millefiori, a Pratola Peligna il cinema D’Andrea. Fontecchio aveva il cinema parrocchiale dietro alla chiesa, come pure tante piccole parrocchie di paese erano adibite saltuariamente a sale di proiezione.

Parliamo del resto di una epoca, a partire da metà anni ‘50, in cui in Italia c’erano ben 17.000 sale cinematografiche, rispetto alle 3.600 circa di oggi, e molte di esse si trovavano nelle zone interne.

I film più proiettati erano quelli di Totò, i film del neorealismo, i colossal dell’antica Roma come Quo Vadis, Cleopatra, o i Dieci Comandamenti, i western, i film di guerra come La grande fuga e I Cannoni di Navarone, i film d’azione di 007.

“I film bisognava andare a prenderli a Roma – racconta Civiero – dalle varie case di distribuzione e si andava con la corriera o con la macchina, come faceva Aquino, che prendeva le pellicole per tutte e quattro le sale dell’Aquila che gestiva.  Una volta noleggiate, queste pellicole venivano fatte ‘girare’ il più possibile, massimizzandone l’utilizzo. Ciò le usurava, e si rompevano molto spesso, anche perché erano di celluloide e quindi più fragili rispetto alle pellicole attuali”.

Il cinema  Iovanelli di San Giovanni di Cagnano Amiterno, racconta ancora Civiero, “era una piccola sala, una stanza al pian terreno della casa Paone, con un ingresso autonomo, era una stanza adibita a cinema, con le panche come quelle da chiesa per farci entrare più gente possibile. Per avvertire dell’imminente proiezione, veniva sparata musica a tutto volume dalle trombe che stavano sul tetto, che si sentiva anche nei paesi vicini. Buona parte dei pubblico era quello del cementificio, tanto che c’era una proiezione speciale per quelli che facevano l’ultimo turno in fabbrica, a partire dalle 22.30″.

“Una sera, durante la proiezione – rivela il regista -, andò via la corrente e quindi uno del pubblico salì in cabina per chiedere se il film fosse ripartito o meno, e invece di Roberto Paone come proiezionsta,  trovò la moglie, Settima. Il giorno dopo si sparse la voce nel paese, con qualche commento di troppo, perché all’epoca la donna era vista come quella che doveva stare in casa a curare le faccende e basta, una donna proiezionista provocava evidentemente scandalo”.

Al cinema Risorgimento di Cagnano invece, il figlio di Antonio Aristotile, Stefano, ricorda che il padre partiva da casa a San Giovanni, che è a valle rispetto a Cagnano, e portava le bobine del film da proiettare con la motocicletta, legate dietro, anche quando nevicava.  Questo cinema  fu uno di quelli che fece per primo il salto di qualità dal proiettore 16 millimetri al più evoluto 35 millimetri.

C’è poi il cinema Nazionale di Paganica. “Un cinema legato alla figura di Francesco Rotellini, classe 1948 – spiega Civiero -. Da piccolo, ha raccontato lui stesso,  aveva rubato dal parrucchiere di Paganica la rivista ‘Quattro ruote” , nuovissima a quei tempi, perché c’era una pubblicità di un proiettore 35 millimetri giocattolo. Non voleva più andare a scuola, bensì voleva andare a lavorare per  comprarsi quel proiettore, che costava la bellezza di 4.000 lire. Aveva sempre avuto il pallino della meccanica, sin da bambino riproduceva modellini di mietitrebbie perfettamente funzionanti, con tutti gli ingranaggi in scala. Poi il destino ha premiato la sua pura ed autentica passione: è diventato infatti proiezionista nel cinema di Paganica. Talmente bravo che il cinema chiuse nell’anno in cui partì a fare il militare. Quando il cinema ha abbassato per sempre le saracinesche, anche Rotellini è diventato cinemaro, in giro per i paesi, montando sul furgone il proiettore  35 millimetri, lo stesso che aveva sognato sin da bambino”.

Nel documentario anche utili informazioni tecniche, non solo ad appannaggio dei cinefili.

“Il 16 millimetri era un formato molto meno costoso da produrre e distribuire – spiega Civiero -, ed il proiettore costava molto meno e si poteva usare la corrente di casa, mentre il 35 millimetri necessita della corrente trifase. I film in 16 millimetri venivano distribuiti già montati e pronti alla proiezione. Il formato 35 millimetri veniva invece distribuito in 6 o 7 pizze separate, a seconda della lunghezza del film. Questo era necessario per ridurre il peso e la notevole dimensione delle bobine. Quindi prima della proiezione si doveva montare la prima e la seconda parte del film, occorreva molto tempo, e apparecchiature adatte per l’operazione. Una volta finito il film si doveva dividere la pellicola nelle bobine originarie e restituirle alla casa di distribuzione”.

Nell’indimenticabile film premiato con l’Oscar di Giuseppe Tornatore, Nuovo cinema Paradiso, Spaccafico spiega a Salvatore, che gli chiedeva da quanto tempo avesse chiuso i battenti la sala del paesino siciliano:  “A maggio fanno sei anni. Non veniva più nessuno. Lei lo sa meglio di me. La crisi, la televisione, le cassette… Oramai il cinematografo è solo un sogno. Adesso l’ha acquistato il comune per farci il nuovo parcheggio pubblico. Sabato lo demoliscono. Che peccato”.

Anche il documentario di Julian Civiero, racconta una storia simile, toccata in sorte ai cinema dei paesini d’Abruzzo.

“Pian piano con l’avvento della tv, le normative anti fumo, l’incremento dei costi dei biglietti e le nuove normative sulla sicurezza, specialmente dopo l’incendio del cinema Statuto di Torino nel 1983, questi piccoli cinema di paese chiusero, e molti di questi gestori passarono a proiettare il cinema all’aperto, che già esisteva, ma che tra il 1960 fino alla meta degli anni ‘80, ebbe un grande boom. Ho ritenuto importante raccontare questa storia, perché parla di un’epoca in cui nello sguardo degli spettatori splendeva una luce di innocenza e stupore, che oggi, nell’era del bombardamento mediatico, dell’assuefazione allo schermo e alle immagini,  è molto più raro incontrare”.

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