QUELLA NOTTE DEL 6 APRILE TREDICI ANNI DOPO:
IL SILENZIO DELLE FIACCOLE, L’URLO CONTRO LA GUERRA

CRONACA DELLA FIACCOLATA DELL'AQUILA IN MEMORIA DELLE 309 VITTIME DEL TERREMOTO DEL 2009

di Filippo Tronca

6 Aprile 2022 01:20

L’AQUILA – “Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano”.

Non è detto che il Kublai Kan abbia mai creduto a tutto quel che gli raccontò Marco Polo, a proposito di Zaira, nell’indimenticabile libro di Italo Calvino, Le città invisibili. A tracciare le linee del destino dell’Aquila e a scrivere il senso del suo essere abitata, anche in questa notte di primavera, è invece il serpentone di luci tremolanti, che attraversa la città.

A brandire le torce accese, come arma di pace e memoria, circa 2mila aquilani e non aquilani, in occasione  della fiaccolata della notte del 6 aprile, in ricordo delle 309 vittime del terremoto di 13 anni fa.

Molti meno, quest’anno, rispetto all’ultima fiaccolata, prima delle due edizioni sospese causa pandemia, quella del 2019, quando si contarono oltre 8.500 persone. E non c’erano stanotte rappresentanti del governo, e anche questa è una notizia tutta da interpretare. Ma in entrambi i casi nulla è stato sottratto al senso profondo ed intimo di una commemorazione, che non è una passerella, non è un grande evento che necessita del sold out.

La città rischiarata dalle luci delle fiaccole si è nel frattempo trasformata anche lei,  in questi anni  di tormentata ricostruzione, risorta in buona parte dalle sue macerie, e ogni anno che passa l’impressione è che sempre più numerosi sono i lumini accesi alle finestre dei palazzi riabitati, lungo il percorso della fiaccolata, e in altre parti della città.

Ma a doversi riposizionare è anche il significato di questa manifestazione. E un interrogativo aleggiava tra i presenti: in che modo celebrare degnamente, e come è giusto che sia, i 309 morti del nostro terremoto, dopo che l’epidemia del coronavirus ha portato via 160.000 persone, nel silenzio, e anche nella troppa indifferenza,  di cui oltre 3.000 in Abruzzo?. Che valore e significato dare al ricordo di una notte in cui la Terra, come è naturale che accada, ha tremato distruggendo case e uccidendo chi c’era dentro, davanti alla catastrofe bellica che sta devastando l’Ucraina, questa volta con mandanti e assassini, avendo davanti agli occhi  le lancinanti immagini di civili massacrati, giustiziati, violentati dai  tagliagole e mercenari della Russia di Vladimir Putin?

Una risposta l’ha data la signora Berardina Luciani ad un cronista, mentre reggeva un lembo del telo con scritti sopra, in inchiostro rosso, i nomi e cognomi delle 309 vittime.

“Noi aquilani dobbiamo mostrare la massima solidarietà al popolo ucraino che soffre. Solo questo è il senso della nostra sofferenza, dei lutti che anche noi abbiamo patito per un terremoto. La sofferenza deve insegnarci la solidarietà, l’empatia, ora e per sempre”.

Sempre intenso e a tratti struggente è stato il silenzioso cammino lungo via XX settembre, con le soste all’altezza dei numeri civici dove tante, troppe persone sono morte sotto le macerie delle case crollate.

Nella tappa davanti alla casa dello studente, che ora non c’è più, rimpiazzata da uno spazio vuoto tra palazzi ricostruiti, ha preso la parola Vincenzo Vittorini, che la notte il terremoto ha perso la moglie Claudia e la figlia Fabrizia.

“Da L’Aquila deve partire oggi un messaggio forte – ha detto con voce rotta dall’emozione -. La memoria deve vivere, affinché non si ripetano le tante, troppe tragedie che  tormentano questo nostro Paese bellissimo ma fragile. Questa sera qui ci sono in presenza, e idealmente, tutti i rappresentanti delle tragedie italiane, quelle di San Giuliano di Puglia, del ponte Morandi di Genova, del treno di Viareggio, della diga del Vajont, dell’albergo di Rigopiano, del terremoto del centro Italia. Ebbene, bisogna arrivare prima, occorre finalmente affermare, imporre, una cultura della prevenzione. Questo dobbiamo gridare forte, qui a L’Aquila. E il ricordo quest’anno va anche alla cara Antonietta Centofanti, che non è più tra noi, che in tutti questi anni si è battuta con noi,  e continuerà a farlo, attraverso noi”.

Poco più avanti il piccolo e umile sacrario, allestito su una ringhiera, in ricordo di  Vasileios Koyfolias. 28enne studente di ingegneria, morto sotto le macerie di via Campo di Fossa. Ed è un merito delle amministrazioni comunali che si sono succedute in questi anni, l’averlo lasciato lì, com’era e dov’era. Ed è stato questo, forse, uno dei momenti più intensi e struggenti della fiaccolata. La madre Anna come ogni anno ha poggiato con cura una barra di cioccolato per il figlio che non c’è più, ha deposto fiori, ha acceso il lumino a forma di cuore. Ha poi urlato il suo nome, ricevendo in risposta solo una lontana e indifferente eco. L’urlo di una madre greca, e di tutte le madri ucraine, e anche russe, che piangono allo stesso modo in queste settimane, in queste ore, i loro figli spazzati via da una guerra assurda e folle. Perché, come ha scritto Pablo Neruda, “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma che non si uccidono”.

Ancora luci, silenzio, e scalpiccio di passi, alla villa Comunale. E poi il rumore scrosciante e rigeneratore dell’acqua, quello delle fontane zampillanti del Piazzale della memoria, realizzato su forte volontà dei familiari delle vittime, con in testa la compianta Antonietta Centofanti. Inaugurato un anno fa, e per la prima volta tappa della fiaccolata del 6 aprile.

A garrire la bandiera giallo blu dell’Ucraina. Due dei 15 atleti della nazionale di ciclismo fuggiti dalla loro terra insanguinata, e che ora sono ospitati a L’Aquila, Valeria Kononenko e Khotulov Denys, hanno acceso il braciere. Poi i nomi e cognomi delle 309 vittime sono stati scanditi uno ad uno. Gli occhi di tanti aquilani si sono inumiditi e hanno bagnato le mascherine. In quelle lacrime, in quel ricordare la morte in uno slancio di amore per la vita, nel non temere di mettere in scena la propria fragilità, nell’essere duri senza perdere la tenerezza, la vera unica promessa di pace, l’urlo liberatore e di disprezzo per la religione della guerra, per i suoi scimmieschi sacerdoti e ottusi seguaci.

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