OBBLIGO GREEN PASS IN REGIONE ABRUZZO,
LIRIS: “MEGLIO IMPORRE VACCINI, VERIFICHE NON FACILI”

ASSESSORE PERSONALE, "CON 1600 DIPENDENTI APPESANTIMENTO PROCEDURE". DIRETTORE BERNARDINI, "IN PRIMA FASE VERIFICHE AFFIDATE A DIRIGENTI, POI CON BANCA DATI MINISTERO BASTERA' BADGE". SOSPENSIONE STIPENDIO E MULTE PER TRASGRESSORI. DA OGGI SMART WORKING COME SOLUZIONE "NON ORDINARIA, ANDRA' REDATTO PIANO ADOZIONE. DA CASA LAVORA ANCORA IL 15% DEGLI IMPIEGATI"

15 Ottobre 2021 08:14

Regione: Lavoro

L’AQUILA – “Il green pass? Un espediente, una mezza misura, da medico prima ancora che da assessore al personale della Regione Abruzzo, dico che era meglio l’obbligo vaccinale, che avrebbe evitato anche un aggravio e un appesantimento della mole di lavoro che sarà ora necessaria nei nostri uffici per controlli constanti del possesso da parte dei nostri dipendenti”.

A poche ore dall’entrata in vigore dell’obbligo del green pass nei luoghi di lavoro, scattata oggi, ad Abruzzoweb esprime perplessità sulle scelte del governo, l’assessore regionale Guido Quintino Liris, di Fratelli d’Italia. Per due ordini di ragioni: la convinzione che “il vaccino è l’arma che si sta permettendo di sconfiggere il covid, si mettano il cuore in pace i no vax”, e qui parla prima di tutto il medico chirurgo con specializzazioni in Igiene e Medicina preventiva dell’ospedale dell’Aquila, e poi, nelle vesti di assessore, la preoccupazione che si possa generare caos negli uffici della regione Abruzzo, con 1600 dipendenti, dislocati in 97 sedi in tutta il territorio regionale per le verifiche del possesso del “certificato verde”, che può esibire solo chi si è vaccinato o ha fatto ogni 48 ore in tampone con esito negativo al covid.

Per di più, da oggi finisce anche la fase emergenziale dello smart working, che riguarda ora il 15% circa dei dipendenti regionali abruzzesi, con l’adozione delle nuove regole introdotte dal ministro Renato Brunetta, che imporranno un piano di adozione più dettagliato e rigoroso. Anche qui con un surplus di sforzo organizzativo.

Il nodo dei controlli, sollevato da Liris, lo illustra nei suoi risvolti tecnici il direttore del dipartimento Risorse, Fabio Bernardini: “ci saranno due fasi per controllare il possesso del certificato da parte dei dipendenti che si sono vaccinati, o che hanno fatto il tampone con esito negativo. Nella prima fase in ciascun ufficio abbiamo individuato un responsabile che avrà il compito di richiederlo direttamente ai sui colleghi. Il campione, recita di decreto governativo, sarà comunque a campione, non meno del 20%”.

Situazione dunque diversa da quella del consiglio regionale, che ha solo 100 dipendenti e due sedi lavorative a L’Aquila e Pescara, e dove basterà un totem dotato di scanner all’ingresso per “passare” il green pass e verificarne la regolarità.

La fase due sarà invece molto più agevole, e scatterà solo quando la grande banca dati del Ministero della Salute, che contiene i nominativi di tutti i vaccinati ed è aggiornato costantemente con gli esiti dei tamponi,  comunicherà con la banca dati regionale, e dunque per appurare il possesso o meno del green pass basterà “passare” il badge all’entrata, che conterrà anche il dato aggiornato in automatico del possesso del certificato in regola.

In ogni modo, per i dipendenti, entrare in ufficio senza green pass è un gioco che non vale centro la candela.

“Senza certificato – spiega Bernardini – scattano due conseguenze immediate:  allontanamento dal posto di lavoro e sospensione da ogni forma di retribuzione, risultando assenza ingiustificata, in più, si soggiace ad una sanzione amministrativa erogata dalla Prefettura, da 600 a 1.500 euro. La sospensione viene revocata, quando il dipendente si ripresenterà in ufficio con il green pass”.

Non è dato a sapere quanti siano i dipendenti non vaccinati, essendo questo dato coperto dalla normativa della privacy sanitaria, circola solo una cifra ufficiosa di circa cento.

Ad ogni buon conto tiene a sottolineare l’assessore Liris, “l’invito per chi tra i nostri dipendenti non l’avesse fatto, è quello di andarsi subito a vaccinare. Oramai non ci sono dubbi sull’efficacia dell’immunizzazione, in termine di abbattimento completo o quasi del rischio del contagio, e delle sue conseguenze. Si mettano l’anima in pace tutti i no vax: la copertura vaccinale sta mettendo in quarantena il virus e ci sta facendo vincere questa guerra. Ecco perché sostengo, che sarebbe stato opportuno imporre direttamente l’obbligo vaccinale. che avrebbe garantito al cittadino anche il diritto a risarcimenti  in caso di eventuali reazioni avverse ed effetti collaterali, che seppure rarissimo possono verificarsi. L’obbligo avrebbe reso molto più agevole il nostro lavoro di vigilanza rispetto al green pass, di fatto un obbligo indiretto, che va costantemente aggiornato per coloro che non sono vaccinati ed effettuano i tamponi, con rischi di disfunzione e inconvenienti”

Passiamo dunque all’atra novità scattata oggi, la fine dello smart working come misura emergenziale.

Spiega ancora la differenza il direttore Bernardini: “Il lavoro a distanza non scompare, ma è stato  classificato come no ordinario, e andrà pertanto disciplinato con un accordo con il lavoratore, con obiettivi da centrare nella giornata, fasce di reperibilità, diritto di sconnessione e quant’altro. E lo si potrà adottare solo per determinate mansioni, in base ad un piano che ogni ente dovrà mettere a punto”.

Tiene però a sottolineare Bernardini: “va sfatato il mito del dipendete pubblico, almeno nel nostro ente, che con lo smart working si è fatto le vacanze a casa. sin dall’inizio dell’emergenza  ciascun dirigente ha imposto ai dipendenti una tabella delle mansioni da svolgere, con successivo controllo della prestazione. Posso assicurare che non si sono  verificati rallentamenti della mole di lavoro, anzi talvolta  la produttività è aumentata. Del resto già da prima della pandemia, buona dei documenti erano già on line, accessibili anche da remoto, grazie alla dematerializzazione”.

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