“RESTARE UMANI NEL REGNO DEL TERRORE DI MUGABE”, ZIMBABWE, DIARIO DI VIAGGIO DI LEANDRO BRACCO

10 Settembre 2023 08:33

Regione - Alimentiamo la speranza, Politica

TERAMO – “Centomila abitazioni distrutte, 700 mila persone lasciate senza un tetto e oltre 200 mila studenti, fra i quali io, che hanno dovuto interrompere bruscamente il proprio percorso di studi. In quell’estate del 2005 avevo 17 anni e soprattutto la pienezza della vita che mi attendeva. L’azione criminosa di quell’assassino di Robert Mugabe ha soffocato il futuro di decine di migliaia di giovani come me”.

A raccogliere la testimonianza del 35enne Godfrey, a Hwange, cittadina di 33mila abitanti che si trova a circa cento chilometri dopo il confine tra Zambia e Zimbabwe, è ancora una volta Leandro Bracco, ex consigliere regionale abruzzese, in cammino, dal 25 marzo scorso, da Dodoma a Maputo, per percorrere in nove mesi, Tanzania, Malawi, Zambia, Zimbabwe, Sudafrica, Eswatini e infine il Mozambico, con arrivo il 25 dicembre, e con l’obiettivo di finanziare ben otto progetti attraverso donazioni. Questo nell’ambito del progetto Alimentiamo la speranza.

Abruzzoweb ha inteso sostenere la lodevole e importante iniziativa, con collegamenti streaming e pubblicando un diario di viaggio.

Durante il 2022, prima di mettersi in cammino Leandro Bracco ha stipulato accordi con alcuni Ordini religiosi che da diversi decenni operano nelle nazioni che lo stesso Bracco sta attraversando in solitaria a piedi. Queste realtà religiose hanno redatto progetti di carità e cooperazione i cui beneficiari sono quattro categorie di persone: bambini orfani e abbandonati, donne vittime di violenza, disabili ed ex detenuti.

Affinché questi progetti possano concretizzarsi, risulta basilare il contributo di tutti.

Del denaro che verrà raccolto, Bracco non tratterrà nulla. Ecco gli estremi per effettuare una donazione tramite bonifico.

Intestazione: Tucum – OdV

Iban: IT 14 E 03069 040131 000 000 61098

Causale: donazione per AlimentiAMO la SPERANZA

LA STORIA DI GODFREY

“Il mio maestro era orgoglioso di me. Mi conosceva sin da piccolo e non si stancava mai di dirmi quanto fosse felice nel vedermi che mi impegnavo a più non posso nello studio. Sì per imparare quante più nozioni possibili riguardo le mille sfaccettature del mondo ma soprattutto per afferrare, grazie alla lettura, il significato più profondo di un concetto che, a suo dire, rappresentava un pilastro della vita: quello di coscienza critica. E, paradossalmente, il senso più autentico di quella coppia di parole l’ho compreso quando, all’età di 17 anni, ho purtroppo vissuto la maledetta estate del 2005”.

Godfrey è un giovane uomo e lo incontro in un negozio di telefonia di Hwange, cittadina di 33 mila abitanti che si trova a circa cento chilometri dopo il confine tra Zambia e Zimbabwe. Che l’abito non faccia il monaco è assodato.





Ciononostante, nel caso di questo 35enne, è vero l’esatto contrario. Abbigliamento semplice ma distinto, libro in mano e occhialini da intellettuale lo contraddistinguono. Dalla massa dei suoi coetanei, insomma, si distingue senza problemi. Il motivo è presto detto: loro hanno lo sguardo immerso negli smartphone, lui tra le pagine di un libro.

E che libro: la biografia dell’immenso Nelson Mandela. Mi fa dare un’occhiata al volume mentre siamo in coda e stiamo aspettando che arrivi il nostro turno per risolvere un problema con il cellulare.

Parla un inglese fluente. Mi chiede il motivo per il quale mi trovo in una nazione, lo Zimbabwe, che a parte le Cascate Vittoria, è tutt’altro che frequentata da persone di etnia bianca. Gli spiego cosa sto facendo e che il pellegrinaggio Tanzania-Mozambico l’ho iniziato da oltre cinque mesi.

Rimane sorpreso e colpito soprattutto quando gli racconto che da un lato, a camminare, sono da solo e che, dall’altro, lo faccio per raccogliere denaro al fine di dare concretezza a otto progetti di carità in sette Stati.

Mi dice che vuole assolutamente farmi altre domande e che poi desidera raccontare una vicenda che ha vissuto. Gli rispondo che lo ascolterò con piacere.

Ce ne andiamo in un bar poco distante e proseguiamo la chiacchierata davanti a una bibita. Mi sommerge di interrogativi e noto che rimane impressionato quando gli dico che il tutto ha preso vita dopo la morte atroce di mio padre.

“Hai trovato la forza – sottolinea – di far nascere un’iniziativa bellissima da una tragedia. Non è da tutti”.

Lo ringrazio aggiungendo una frase che non aveva mai sentito prima: “Ciò che non distrugge poi fortifica”.

Ci mettiamo qualche minuto a individuare i termini inglesi più propri affinché Godfrey comprenda appieno il significato di quanto gli ho detto.

Quando ha inteso perfettamente il tutto, l’espressione del suo viso si fa malinconica. Pochi attimi e le lacrime: “Era l’estate del 2005 – racconta – Avevo 17 anni e insieme ai miei familiari vivevamo alla periferia di Harare, la capitale del mio Paese. A scuola ero il primo della classe e non te lo dico per vantarmi. Il mio maestro mi elogiava di continuo. Amavo studiare ma soprattutto leggere. Adoravo e adoro la politica internazionale. Sono nato con questa predisposizione. Più il tempo passava e più la sentivo parte della mia esistenza. E volevo assolutamente viverla, farne parte”.

Il racconto di Godfrey, a un certo punto, assume però toni dolorosi.

“Sono nato l’anno successivo rispetto a quando divenne presidente della Repubblica. È rimasto su quella poltrona per trent’anni e cioè fino al 2017. I miei genitori mi hanno raccontato che lo Zimbabwe, nel quasi quarantennio in cui lui spadroneggiava (prima come capo del Governo e poi come presidente della Repubblica, nda) è stato una sorta di regno del terrore”.

“La sua famigerata 5a Brigata – prosegue Godfrey – tra il 1981 e il 1987 prese di mira una nostra etnia, la Ndebele, che Mugabe considerava inferiore e che, a mio parere, si opponeva alla sua gestione totalitaria del potere. Ventimila innocenti persero la vita”.





E poi nel 2005 cosa accade?

“Durante l’estate – ricorda – venne attuata un’altra operazione di polizia che pur non possedendo una connotazione etnica come quella portata avanti negli anni ‘80, aveva un altro tipo di matrice, purtroppo sempre criminale. Uno specifico strato della popolazione e cioè quello che viveva ai margini delle grandi città, doveva essere sradicato. E le abitazioni di queste famiglie, tra cui la mia, rase al suolo. E purtroppo così fu”.

Rimango colpito dalla narrazione precisa e puntuale del mio interlocutore. Narrazione comunque recintata da orrore. Domando infatti a Godfrey se se la sente di proseguire. Lui annuisce.

“Centomila abitazioni distrutte, 700 mila persone lasciate senza un tetto e oltre 200 mila studenti, fra i quali io, che hanno dovuto interrompere bruscamente il proprio percorso di studi. In quell’estate del 2005 avevo 17 anni e soprattutto la pienezza della vita che mi attendeva. L’azione criminosa di quell’assassino ha soffocato il futuro di decine di migliaia di giovani come me”.

Cosa successe dopo?

“Mia madre svenne per il dispiacere – ricorda Godfrey – e ancora oggi ha problemi di natura mentale. Contattammo amici di mio padre che vivevano e tuttora vivono a poche centinaia di metri dal luogo dove io e te ci siamo incontrati. Chiedemmo ospitalità. Furono i nostri salvatori. Dopo quattro giorni di viaggio e oltre 600 chilometri, arrivammo da Harare qui a Hwange. Non avevamo nulla. La vita di prima non esisteva più. Annientata dalla mente perversa di un folle”.

Sei stato costretto a dire addio allo studio?

“Vivere nel pieno dell’adolescenza uno shock del genere mi ha come violentato – ammette – Lontanissimo dal contesto nel quale ero cresciuto e sradicato con violenza dall’ambiente scolastico che adoravo, non ero più io”.

Godfrey però, inaspettatamente, individua positività anche nella tragedia che la sua famiglia ha vissuto: “Di fronte a certi eventi, le strade sono due: o ti fai sommergere dalla negatività e dal dolore con tutte le conseguenze del caso oppure reagisci cercando quella quota anche minima di positività che nel male è comunque presente. Io ho imboccato la seconda strada”.

“Ringrazierò infatti per tutta la vita il mio amato maestro di scuola – sottolinea – che trasmettendomi l’amore per la lettura, ha fatto prima germogliare e poi radicare in me la capacità di discernere in maniera chiara il bene dal non bene. Senza tentennamenti di alcun tipo. Appunto la coscienza critica. Robert Mugabe è stata la personificazione del male. Ha seminato morte, dolore e distruzione. Ha annientato le esistenze di migliaia di persone. Ha stuprato i sogni di una quantità sterminata di giovani come me. Ne renderà conto sui libri di storia, i giovani di domani conosceranno, studieranno, valuteranno e lo giudicheranno”.

“In un mondo dove il revisionismo sta acquisendo sempre più vigore ed esiste la dittatura del relativismo – aggiungo io – le tue parole, caro Godfrey, sono ossigeno allo stato puro”.

Ci alziamo dal tavolino e gli allungo la mano per stringergliela. Lui mi abbraccia.

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