REVOCA A24-A25: STRADA DEI PARCHI, BATTAGLIA AL TAR. “RISCHIO DEFAULT SOCIETÀ E DANNO ERARIALE”

12 Luglio 2022 11:24

L'Aquila - Cronaca, Economia

L’AQUILA – La revoca dell’autostrada A24 A25 da parte di Anas a danno di Strada dei Parchi, “potrebbe mettere a rischio l’8% del prodotto interno lordo dell’Abruzzo, con centinaia di licenziamenti”, causando, senza più incasso dei pedaggi, il default della società ex concessionaria e con gravi ripercussioni sull’intera holding di Carlo Toto, che dà lavoro a 1700 persone.

E c’è anche il rischio di danno erariale di “ingenti proporzioni”, a carico dell0 Stato se il ricorso di Strada dei Parchi fosse accolto, con un “ben superiore a quella dovuta in caso di recesso o risoluzione per fatto non addebitabile al concessionario”, ovvero 2,5 miliardi.

Sono solo alcune delle argomentazioni delle 94 pagine del ricorso al Tar di Roma presentato da Strada dei Parchi, ormai ex concessionaria delle autostrade laziali ed abruzzesi A24 e A25, in risposta alla revoca in danno, cioè per inadempienze contrattuali, della concessione decisa dal Consiglio dei ministri nella riunione di giovedì scorso.

Ad essere impugnato il decreto legge, il cui iter di conversione in legge inizierà la prossima settimana al Senato, con cui si è stabilita la fine anticipata della concessione, in scadenza nel 2030, affidata nel 2000 dopo che il Gruppo privato aveva vinto una gara europea.

Ai giudici amministrativi, l’ex concessionaria chiede di sospendere immediatamente l’efficacia della decisione, firmata dai ministri Enrico Giovannini (Infrastrutture) e Daniele Franco (Economia) e dal premier Mario Draghi, e di inviare le carte alla Corte Costituzionale, unica alta istituzione che può dichiarare illegittimo il decreto legge.

A difendere strada dei Parchi un pool di avvocati di altissimo livello, rivela il quotidiano Il Centro,  come Romano Vaccarella, ex giudice della Corte Costituzionale; Vincenzo Fortunato, ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia, Arturo Cancrini, consulente e difensore di grandi società italiane, Massimo Luciani, che ha lavorato alla riforma del Consiglio superiore della magistratura e Fabrizio Criscuolo, insigne giurista.

Nel ricorso al Tar  i legali di Sdp eccepiscono diversi profili di incostituzionalità, tra cui il fatto che non si può annullare un contratto con un decreto legge che modifica le norme in materia esistenti al momento della gara e poi per il fatto che si tratta di una norma “provvedimento” cioè scritta “ad azienda”, violando il principio di generalità che una Legge deve avere.

Nei prossimi giorni, Sdp impugnerà il decreto legge anche in sede comunitaria con un ricorso alla Corte europea di Strasburgo.

Nel ricorso, come scrive Il Centro, l’ex concessionaria, si sottolinea che Sdp ora deve fare ora a meno dell’incasso dei pedaggi e “avrà enormi difficoltà nel tener fede alle proprie obbligazioni”,  tenuto conto che è esposta verso i finanziatori, tra cui grandi istituti finanziari italiani e stranieri, per 388 milioni di euro e paga 30 milioni di rata semestrale.  Con  pesanti ripercussioni sull’intera holding, che produce circa l’8% del Pil dell’Abruzzo e dà lavoro a 1.700 dipendenti.

Come scrive Il Centro, il decreto impugnato provocherà nell’immediato, “disfunzioni gestionali che mettono a rischio la sicurezza stradale”, e questo perché si è azzerata da un giorno all’altro “la operatività di una organizzazione collaudata”, e non sarà assorbita da Anas la struttura dirigenziale di Sdp.

Nel ricorso si parla poi di grave disparità di trattamento visto che nonostante la tragedia del ponte  Morandi crollato e con decine di morti, la concessione non è stata revocata ad Autostrade per l’Italia per “grave inadempienza”.

E questa insomma la prima di una serie di puntate di un mega contenzioso che avrà come punto centrale la richiesta di indennizzo quantificato dall’azienda in 2,5 miliardi di euro, come previsto dall’articolo 11.1 del contratto. Ma che potrebbe essere ora molto più alto, se i giudici amministrativi daranno ragione alla società

Del resto, era stata la stessa Sdp a presentare ufficialmente il 12 maggio scorso al Ministero per le Infrastrutture e la Mobilità sostenibili (Mims) l’istanza di cessazione anticipata della concessione motivata con l’assenza delle condizioni, soprattutto per la sicurezza antisismica, per gestire il bene pubblico, alla luce della mancata approvazione del Piano economico e finanziario (Pef), fermo dal 2013, nel quale era previsto il vasto programma di messa in sicurezza antisismica di 6,2 miliardi di euro, deciso dallo stesso commissario straordinario nominato dal Governo.

 

 

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