“RIABITARE LE MONTAGNE CON PAROLE LIBERE COME ANIMALI”, LO SVILUPPO LOCALE SECONDO UN POETA

INTERVISTA A CLAUDIO ORLANDI, AUTORE DE "IL MARE A PIETRALATA", DIVISO TRA ROMA E FRATTOLI SUI MONTI DELLA LAGA. "IN QUESTI PAESI PUOI RISCOPRIRE L’ISTINTO DIMENTICATO, IL SILENZIO, L’ARIA PURA, INUTILE RICREARE STILI DI VITA DELLA CITTÀ". "FAVORIRE NUOVE RESIDENZE, CON ABBATTIMENTO TASSE, CHI VIVE SOPRA I MILLE METRI MERITA ANZI DI ESSERE PAGATO"

di Filippo Tronca

5 Dicembre 2021 08:22

L'Aquila: Abruzzo

TERAMO – “Il gesto sismico ha spalancato la forma finale dell’universo. Una bellezza immersa nella solitudine dei petali appena bagnati, ritornerà alla luce, come l’occhio della cerva. La confessione biologica ci dirà chi di noi merita il bacio della tramontana, in attesa di un porto sicuro, di una terra fragorosa e ospitale, anche per il grugnito del cinghiale”.

Le parole di un poeta, scandite a piena voce, si sono smorzate nel silenzio, quello che solo la poesia sa creare, quando tocca il cuore delle persone, in questo caso quello dei compaesani e amici di infanzia di Frattoli, minuscola frazione di Crognaleto, in provincia di Teramo, tra i boschi dei Monti della Laga, che gode del superbo panorama di pietra e neve, disegnato dal Corno Grande, dal Corno piccolo e dal monte Intermesoli.

Il poeta in questione è Claudio Orlandi, 48 anni, cantante dei Pane, gruppo musicale di nicchia e con un seguito di estimatori altrettanto di nicchia e che ha appena pubblicato il suo primo libro, “Il mare a Pietralata”, Tic edizione. Una raccolta di poesie e testi delle sue canzoni lunga trent’anni. Claudio vive a Roma, ma appena può torna nel suo paesino abruzzese, dove l’80% delle abitazioni sono inagibili a seguito del sisma del gennaio 2017, e pochissimi sono i cantieri avviati. E questo significa che i tantissimi paesani che vivono altrove, non possono più venire a trascorrere qui l’estate, i weekend e le feste comandate, non sapendo dove stare. Chi è rimasto, o chi invece era tornato, ha vissuto come un evento la presentazione del libro di Claudio, anche come momento di confronto su quale possa mai essere il destino di questa montagna, sul ruolo del turismo nel frenare lo spopolamento, sia o meno emozionale ed esperienziale, senza il rischio di ridursi alla facoltà di andare a vedere ciò che è divenuto banale, e paesaggi che sembrano costruiti, come Cortina, intorno agli alberghi. Su cosa significa abitare, cosa manca della città in un paese, cosa di un paese in una città.

“Il mare a Pietralata non l’ho scritto in poco tempo, l’ho propriamente composto, raccogliendo e selezionando anni di canzoni e poesie scritte tra gli anni 90 e l’oggi. – spiega Orlandi ad Abruzzoweb -. Il filo rosso del libro, se vogliamo, è consueto: la vita, la morte e l’amore, che sono poi i temi intorno a cui orbita gran parte della scrittura poetica. Tema ricorrente è però anche la polarizzazione che vivo dentro, essendo abitante contemporaneamente di Pietralata e di Frattoli, di una periferia di Roma, e di una periferia del mondo”.

“Viviamo ai margini, il margine vive di noi”, scrive infatti nell’incipit di una delle poesie.

“Accade che quando sono a Frattoli – spiega Orlandi – sento la mancanza della dialettica, del conflitto, di stati mentali, anche visionari, che ti consentono di vivere in una realtà alienante, e che possono produrre ispirazione in forma di poesia. Un meccanismo se vuoi perverso: Roma è una città che non ti permette quasi più di vivere in maniera sana. Il mare a Pietralata in fondo racconta di questa resistenza, attraverso l’immaginazione, che ti fa vedere il mare, gli occhi di una cerva in mezzo ai palazzi e a distese di cemento e asfalto”.

Di Frattoli invece Orlandi sente la mancanza dell’aria pura, “sarà banale ma è così – premette -. Qui mi sento parte di un habitat naturale, animale tra tanti animali che vivono nella foresta, che devono difendersi dalle intemperie, dai predatori, che fanno quello che sanno fare da migliaia di anni, vivere la condizione originaria. Ecco, solo un paesino di montagna può metterti in dialogo intimo con l’istinto che noi esseri “civilizzati” abbiamo in buona parte perso”.

Per Orlandi la poesia “è un albero con i denti, è il pesce che cerca l’ossigeno fuori dall’acqua”. “Tutto quello che ho da dire è racchiuso nel cuore di una noce”, scrive, e ciò che lo spaventa è “l’inutilità delle parole, di azioni non efficaci, che non pongano in essere una realtà in grado di rivendicare la propria esistenza”.

Alla domanda, dunque, “quale dovrebbe essere un’azione efficace, e una progettualità utile, per rendere possibile un riscatto di questi territori montani?” Orlandi risponde, passando dalla poesia alla prosa della concretezza politica: “Questi territori continuano a spopolarsi, ad inaridirsi di energia. Per vivere in questi posti, c’è poco da girarci intorno, hai bisogno di una casa, possibilmente sicura sismicamente, e quella forse c’è, ma poi hai bisogno di un reddito, di un lavoro vero. Qui ad oggi, un’azienda, un’attività commerciale non apre, perché non ha un tessuto sociale che ne rappresenta il presupposto, e nello stesso tempo non c’è un tessuto sociale, perché non ci sono aziende e attività commerciali che aprono. Un cane che si morde la coda, un circolo vizioso che forse si può superare in maniera duratura abbattendo la pressione fiscale per i residenti, dall’altro offrendo abitazioni da acquistare e affittare a costi davvero vantaggiosi e convenienti. Chi decide di vivere sopra i mille metri meriterebbe anzi di essere pagato, per il ruolo fondamentale che svolge in termini di presidio e custodia del territorio. Inoltre mi ha colpito molto che buona parte del pellet che viene usato qui per alimentare le stufe, arriva dalla Svizzera e da altri Paesi, eppure potremmo anche noi, in modo intelligente e sostenibile, far tesoro dei nostri boschi, della nostra abbondante legna. E questo vale anche per tanti altri beni di prima necessità, che potrebbero essere offerti dal territorio e non importati”.

Ma al di là dell’economia, delle concrete politiche di sviluppo, c’è l’essenza non monetizzabile, spirituale, estetica di una terra, e a ricordarne il non negoziabile valore, possono essere proprio i poeti, perché in fondo a questo servono i poeti. Soprattutto ora che tanto si parla di turismo emozionale ed esperienziale, rimanendo spesso sulla superfice della parola

“Questi luoghi devono esprimere la verità di quello che sono, e sono ancora in tempo per farlo – spiega Orlandi -. Viviamo nell’epoca della commercializzazione universale. E anche le parole sono diventate merce. Assorbite nel linguaggio del marketing. Le parole dunque mentono, perché la pubblicità non può essere mai veritiera, il mio vino è sempre più buono, nulla pulisce meglio di questo detersivo ecc. La poesia sfugge a questa gabbia, a questa tagliola, è libera e non mente. Le sue parole sono come animali in piena libertà, come un cinghiale, un cervo, una volpe, uno scoiattolo, che qui a Frattoli puoi ancora incontrare ogni giorno. Poesia ed animali trovano entrambi il loro habitat nei boschi incontaminati. Vivono nel silenzio. Nessun animale vive nel rumore, che se ci pensiamo è un fenomeno relativamente recente nella storia dell’umanità, e che ci ha cambiato dentro. Nelle metropoli si vive immersi nel costante frastuono, ma per secoli il frastuono è stato un evento sonoro eccezionale, non la norma”.

“Senza poesia, senza animali, senza silenzio, senza alberi, avrebbe poco senso prendere residenza a Frattoli e in paesi come Frattoli. Occorre coltivare l’umiltà di imparare di nuovo cose che abbiamo dimenticato. Non ha senso, essendo impossibile farlo, ricreare in questi luoghi schemi e stili di vita propri della città, qui si è parte della natura, non al di sopra di essa”, conclude il poeta.

 

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