MINISTRO A COMMEMORAZIONE TERZO ANNIVERSARIO DA DISASTRO CHE HA CAUSATO 29 VITTIME: ''SCRIVERE LEGGI PER EVITARE NUOVE TRAGEDIE'', PROCESSO NATO DA MAXI-INCHIESTA IN CORSO, MOLTE POSIZIONI GIA' ARCHIVIATE

RIGOPIANO: BONAFEDE, ‘STATO CHIEDE SCUSA’, SOPRAVVISSUTO, ‘SEMPRE UN GRANDE DOLORE’

18 Gennaio 2020 19:58

PESCARA – “Lo Stato chiede scusa”. 

Il Ministro della giustizia Alfonso Bonafede lo ha detto pubblicamente, ai parenti delle vittime della valanga di Rigopiano radunati nel Palazzetto dello sport di Penne per ricordare la tragedia avvenuta tre anni fa nella quale morirono 29 persone sepolte dalla slavina che travolse l'hotel dove si trovavano.

Una fiaccolata con 29 fiammelle è scesa dall'altopiano fino alla parrocchia di 'San Nicola' a Farindola dove è stata celebrata una messa in memoria. Si stanno ancora accertando le responsabilità per il mancato sgombero dell'hotel 'Rigopiano' e la messa in sicurezza dei suoi ospiti. 

Il processo – nato dalla maxi-inchiesta – è in corso davanti al gup del Tribunale di Pescara, molte posizioni sono già state archiviate. 

“Lo Stato ha il dovere istituzionale e morale di dare giustizia, sapendo che quella verità non riporterà indietro figli, madri, padri e fratelli morti”, ha detto Bonafede.

“Rappresento uno Stato che vuole dire ai familiari che è al loro fianco e lo sarà sempre, che chiederà scusa ogni volta che ci sarà da chiedere scusa per non aver avuto la capacità di difendere le vite e proteggere i loro familiari”, ha detto il Guardasigilli. Affinchè queste non siano parole vuote, lo Stato deve “permettere che ci sia un sistema giustizia che funziona, in modo tale da scrivere leggi che siano lo specchio della giustizia affinché tragedie come quella di Rigopiano non si verifichino più e i familiari delle vittime, nei casi in cui purtroppo ci sono, possano sentire che lo Stato vuole dare una risposta di giustizia. Questo è il mio impegno”, ha ribadito ancora Bonafede.

“Permettere che ci sia un sistema giustizia che funziona, in modo tale da scrivere leggi che siano lo specchio della giustizia affinché tragedie come quella di Rigopiano non si verifichino più e affinché i familiari delle vittime, nei casi in cui purtroppo ci sono, possano sentire che lo Stato vuole dare una risposta di giustizia. Questo è il mio impegno”, ha affermato il ministro della Giustizia.

Negli uffici della Regione Abruzzo i tecnici sono al lavoro per garantire più alti standard di sicurezza. 

“Se non ci saranno imprevisti, entro la primavera ci sarà una prima bozza della relazione sulla Carta delle Valanghe”, ha spiegato un dirigente. 

Quella Carta valanghe la cui mancanza è tra i grandi quesiti del processo che riprenderà il prossimo 31 gennaio. 

Anche se gli esperti ritengono che non è del tutto sicuro che se la Carta di localizzazione del pericolo da valanga (Clpv) fosse stata in vigore il 18 gennaio 2017, giorno della tragedia di Rigopiano, il disastro si sarebbe potuto evitare. Perchè, questa è la tesi di alcuni esperti e fonti vicine alla Regione, il documento di prevenzione non è una carta scientifica e quindi non è in grado di prevedere le calamità, ma un atto pianificatorio che rappresenta graficamente le località e i territori potenzialmente in pericolo, basandosi sul parametro di eventi accaduti precedentemente o di tracce sul terreno. Tanto che in larga maggioranza vengono citati bacini montani e sciistici dove si sono verificate valanghe. Rigopiano non sarebbe stata ricompresa in una eventuale Clpv e quindi non sarebbero scattate misure di prevenzione 'ad hoc'. 

Il nuovo codice di Protezione civile, e soprattutto la recente istituzione dell'Agenzia regionale di Protezione civile (legge regionale n.46 del 20 dicembre 2019), sono le novità più importanti nella gestione delle emergenze in Abruzzo dopo Rigopiano.

Occhi lucidi dei parenti di chi non ce l'ha fatta e dei sopravvisuti alla cerimonia per ricordare le vittime della tragedia.

Si salvò per caso, perché era uscito un minuto prima che la valanga si abbattesse sull'hotel, provocando distruzione e morte. Fu il primo ad essere individuato dai soccorritori e, nonostante lo shock e il freddo, rimase lì, per cinque interminabili giorni, per aiutare nelle ricerche, perché conosceva alla perfezione quel posto e, soprattutto, perché sotto le macerie c'era sua sorella, poi trovata morta nel giorno del suo 31esimo compleanno. 

Fabio Salzetta, ex dipendente dell'hotel Rigopiano, a tre anni da quella tragedia, si definisce miracolato e dice che tutti i giorni “c'è sempre un grande dolore”. Volto triste, occhi lucidi, Fabio non si sottrae alle domande dei giornalisti nel giorno della commemorazione.

Con il suo tono pacato, ricorda quegli istanti terribili: “sono stati cinque giorni infiniti e vivevo giorno per giorno nella speranza di trovare più gente viva possibile”, racconta. Manutentore dell'hotel, Salzetta è scampato insieme a Giampiero Parete, che per primo lanciò l'allarme, ed è rimasto sul posto per supportare i soccorritori. Cinque giorni li, tra i detriti portati da quel mostro di ghiaccio, dando suggerimenti agli esperti, illustrando come era strutturato l'edificio ormai ridotto ad un cumulo di detriti.

La sua speranza era di trovare quante più possibili persone in vita e, soprattutto, riabbracciare sua sorella Linda. 

Era stato proprio lui ad indicare dove poteva trovarsi la ragazza ed è esattamente in quel punto che i soccorritori la trovarono, già morta. 

Un destino opposto quello di Linda e di Fabio: lei travolta e uccisa dalla valanga nel culmine degli anni; lui, che salvo per caso, ha fatto di tutto per salvarla e riabbracciarla, ma invano. 

Oggi, mentre indossa una maglietta con la foto di Linda sorridente, rispondendo ai cronisti che gli chiedono cosa si aspetti dalla giustizia, Fabio dice: “Speriamo, appunto, la giustizia. Che vengano fuori i colpevoli per quello che non è stato fatto per evitare 29 vittime”, conclude. 

IL PROCESSO

Venticinque gli imputati nell'inchiesta principale: sono 24 persone e una società.





Nel procedimento in corso davanti al gup del Tribunale di Pescara, Gianluca Sarandrea, tra i coinvolti figurano l'ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, l'ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco e il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta.

Le accuse, a vario titolo: crollo di costruzioni o altri disastri colposi, omicidio e lesioni colpose, abuso d'ufficio, falso ideologico.

Al centro dell'inchiesta, condotta dal procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, la mancata realizzazione della carta valanghe, presunte inadempienze su manutenzione e sgombero delle strade che portavano all'hotel e tardivo allestimento del centro di coordinamento dei soccorsi.

Come chiesto dalla Procura, le posizioni che riguardano il versante politico della vicenda sono state archiviate il 3 dicembre 2019 dal gip Nicola Colantonio.

Tra gli archiviati tre ex governatori dell'Abruzzo – Luciano D'Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi – e gli assessori alla Protezione Civile che si sono succeduti negli anni.

“Non si ritiene che gli elementi investigativi indicati negli atti di opposizione (in quanto irrilevanti) possano incidere sulle risultanze investigative, precise ed esaustive, raccolte dal pm, non potendo sminuire le considerazioni da questi assunte nella richiesta di archiviazione e condivise da questo giudice. Pertanto può affermarsi che le risultanze investigative non permettono di sostenere l'accusa in giudizio”, ha rilevato il gip.

Archiviata anche la posizione di Daniela Acquaviva, funzionaria della Prefettura di Pescara nota per avere risposto telefonicamente al primo allarme, la quale però resta imputata nel procedimento bis per depistaggio.

Prossima udienza il 31 gennaio: il gup scioglierà la riserva sulla decisione relativa all'unificazione dell'inchiesta madre con il procedimento bis, riguardante un presunto depistaggio.

Accusati di frode in processo penale e depistaggio, sono 7 gli imputati nel secondo procedimento: l'ex prefetto Provolo, i viceprefetti distaccati Salvatore Angieri e Sergio Mazzia, i dirigenti Ida De Cesaris (imputata insieme a Provolo anche nell'inchiesta madre), Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e, appunto, Daniela Acquaviva.

Indelebili le parole di quest'ultima, più volte riascoltate nelle registrazioni diffuse in questi anni: “allora guardi, questa storia va avanti da stamattina, i vigili del fuoco hanno fatto le verifiche e non c'è nessun crollo all'Hotel Rigopiano”.

Gli imputati, nonostante le sollecitazioni a fornire agli investigatori ogni elemento utile alle indagini, secondo l'accusa avrebbero omesso di riportare nelle relazioni le segnalazioni di soccorso pervenute in Prefettura quel 18 gennaio, in particolare dal cameriere Gabriele D'Angelo, una delle vittime.

Avrebbero cercato, ognuno per quanto di competenza, di nascondere agli inquirenti i brogliacci con le chiamate in arrivo. Nel procedimento sul presunto depistaggio il ministero della Giustizia si è costituito parte civile.

L'hotel era circondato da due metri di neve e 40 persone erano in trappola perché le strade erano bloccate. Ma la situazione è diventata tragica quando alle 10.25 del mattino la terra ha cominciato a tremare. Le prime tre scosse tra le 10.25 e le 11.25 sono state molto forti, parliamo 5,5 gradi della scala Richter.

Gabriele D'Angelo, volontario della Croce rossa e cameriere dell'hotel, chiama la prefettura al centro coordinamento soccorsi e non solo non sono partiti gli aiuti ma durante le indagini quella telefonata sparisce nel nulla.

Sulla tragedia aperti altri due fascicoli.

Il primo – a seguito di esposto della difesa del sindaco di Farindola – a carico del tenente colonnello dei carabinieri forestali Annamaria Angelozzi e del consulente nominato dalla Procura Igor Chiambretti, procedimento archiviato a ottobre dal gip per “manifesta infondatezza”.

Il secondo e ultimo sulle telefonate di D'Angelo per chiedere l'evacuazione dell'hotel: in base a una denuncia dell'ex capo della Mobile di Pescara Pierfrancesco Muriana, vi sarebbero incongruenze tra acquisizioni dei tabulati e tempi delle indagini condotte dai carabinieri forestali.

“C'è stata una manovra di depistaggio – ha spiegato – ed è questo il tema dell'inchiesta bis, che riguarda appunto l'occultamento di questa telefonata”.

Ma c'è un'altra telefonata fatta da D'Angelo ai volontari della Croce rossa di cui il tenente colonnello Annamaria Angelozzi, che ha diretto il secondo filone di indagine, aveva notizie tramite Pec della Polizia già da 22 mesi ma non l'ha messa agli atti.

Indagati nell'inchiesta Angelozzi e i sottufficiali Michele Brunozzi e Carmen Marianacci, accusati di falso materiale e falso ideologico.

Di recente iscritto nel registro degli indagati anche un altro carabiniere, il tenente colonnello Massimiliano Di Pietro, ex comandante del Nucleo investigativo di Pescara.

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