SISMA, 12 ANNI DOPO IL RICORDO DELLE VITTIME: STAMATTINA CERIMONIA ALLA CASA DELLO STUDENTE

LA CITTA' RIVIVE QUEI MOMENTI DRAMMATICI, TANTI I MESSAGGI IN QUESTE ORE E IL RICORDO DI UNA FAMOSA INTERCETTAZIONE TORNA A RIEMPIRE I POST DEI SOCIAL: "IO NON RIDEVO"

6 Aprile 2021 14:31

L’AQUILA – E’ stata intima e silenziosa la cerimonia in ricordo delle 309 vittime del terremoto, organizzata stamane in via XX settembre, sul luogo in cui dove si trovava la Casa dello Studente e dove la notte del 6 aprile 2009 hanno perso la vita otto vittime.

Una cerimonia toccante nel segno del ricordo e della speranza, alla presenza dell’arcivescovo metropolita dell’Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi, il prefetto Cinzia Torraco, il sindaco del capoluogo Pierluigi Biondi, il presidente del Consiglio comunale Roberto Tinari, il sindaco di Villa Sant’Angelo Domenico Nardis, in rappresentanza dei comuni del cratere, Antonietta Centofanti e Vincenzo Vittorini del Comitato dei familiari delle vittime, il presidente della Giunta regionale d’Abruzzo, Marco Marsilio e la deputata Stefania Pezzopane.

“La casa dello studente rappresenta uno dei simboli tra i più dolorosi del terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009. Il fatto che abbia coinvolto giovani vite ci tocca profondamente. Le ferite di quel drammatico evento si vedono a occhio nudo nonostante la ricostruzione stia finalmente decollando e si cominci a rivedere una città restituita alla vita”, ha detto Marsilio.

“Tutto questo – ha proseguito  – ci aiuta a sperare e a guardare al futuro con ottimismo nonostante un anno di pandemia che ha aggravato una situazione socio economica già difficile da affrontare. Del resto, siamo stati sempre capaci di risollevarci con uno spirito combattivo, sappiamo andare avanti e guardare al futuro con ottimismo che, siamo sicuri, ci riserverà grandi prospettive e soddisfazioni”.

Anche in questo caso si è trattato di un evento ristretto, per il secondo anno consecutivo a causa dell’emergenza covid. Tutte le celebrazioni sono iniziate, infatti, a partire dalla giornata di ieri. Prima la messa nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio, officiata dal cardinale Petrocchi. Poi trecentonove rintocchi delle campane, come le vittime del terremoto, l’accensione del braciere da parte di un vigile del fuoco, davanti alla Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e da Piazza Duomo un fascio di luce che si staglia verso il cielo in segno di ricordo e di speranza.

“Ricordo la paura, sento ancora il dolore, ma vedo la rinascita ogni giorno. I nostri cuori battono per L’Aquila, per gli aquilani che non ci sono più e per quelli che ci sono, più forti di tutto”, il messaggio del presidente della Regione, Marco Marsilio.

“Il tempo non cicatrizza queste ferite: ed è giusto così, perché testimonia un valore perenne! L’importante è che non si infettino. Questa sofferenza va avvicinata e condivisa con rispetto, secondo la sapienza e con la sensibilità della Pasqua”, ha detto nel corso dell’omelia il cardinale Petrocchi. Poi il sindaco Biondi ha ripercorso il dramma della notte del 6 aprile, parlando anche del Parco della Memoria che finalmente prende forma dopo 12 anni e la cui inaugurazione, però, è stata rinviata a causa dell’emergenza sanitaria. A tal proposito, un pensiero è andato ai giovani “che oggi si affacciano, sia pure con affanno, nel mondo del lavoro”. Ha sottolineato come, “ancora una volta, dopo il 6 aprile di 12 anni fa, oggi dobbiamo fare ricorso alla nostra forza interiore di gente di montagna. Dobbiamo reimparare a vivere nella normalità”. Ha ricordato i due operai stranieri morti nel tragico crollo a San Pio delle Camere e, come a loro, a tutto i lavoratori che “hanno contribuito con il loro lavoro a fare dell’Aquila una città ancora più sicura e ancora più bella”. E ancora, il messaggio di cordoglio e un pensiero commosso per Giovanna Di Matteo, simbolo dello storico corteo della Perdonanza, che si è spenta oggi 70 anni a causa di una malattia.

“Vorrei proporvi la distinzione, tra ‘popolazione’ e ‘Popolo’ – ha aggiunto Petrocchi – la prima parola esprime una molteplicità di individui che abitano nella stessa zona, senza che tra i componenti di questo ‘insieme’ si stabiliscano relazioni di reciproca appartenenza e interazioni per una condivisa progettualità. Per diventare ‘Popolo’, invece, occorre riconoscersi ed operare come comunità caratterizzata dalla stessa ‘identità’ – storica, culturale e sociale – così come sentirsi corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive, come anche nel costruire prospettive future che riguardano tutti e ciascuno. Il Popolo ha una cultura specifica, tradizioni proprie e stili di comportamento ‘tipici’. La storia è un influente fattore di coesione: determina saldature inscalfibili e disegni indelebili. Un ‘Popolo’ è reso tale non solo dalle sue conquiste e dai successi che si è guadagnato, ma anche dagli eventi drammatici che lo hanno segnato: queste sofferenze-condivise rappresentano un potente fattore unificante”.

“Il dramma del terremoto ha reso ancora più ‘Popolo’ la gente aquilana: la comune tragedia, affrontata ‘insieme’, ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza. Quando un trauma, che deriva da una calamità generale, colpisce una ‘popolazione’ viene vissuto in modo frammentato: ciascuno lo porta per conto suo o per aggregati sparsi. Invece, dove c’è Popolo, il dramma è condiviso: vissuto da tutti e da ciascuno in modo diverso, ma universale. Si stabilisce così una ‘interdipendenza’, in cui il ‘mio’ diventa ‘nostro’, e viceversa”.

“Le luci accese sulle finestre diventano espressione esterna delle lampade che ardono nel cuore, alimentate dalla condivisione d’anima e da vicinanza partecipe. I rintocchi delle campane, non rappresentano segnali di lutto, ma un richiamo ad un ‘patto’ sociale – scritto non sulle carte, ma nelle coscienze – che ci impegna a tendere, insieme, non solo al ‘come prima’, ma al ‘di più’ e al ‘meglio’”.

In serata, luci blu, come quella del fascio luminoso, ad accendere i cuori in una coreografia dedicata all’Aquila: un gesto sentito della Questura dell’Aquila, condiviso sui social, con gli agenti che “disegnano” un’aquila in ricordo delle 309 vittime.

Oggi è stato proclamato lutto cittadino per l’intera giornata; verrà disposta l’esposizione a mezz’asta delle bandiere situate sugli edifici delle amministrazioni pubbliche. Con il provvedimento si invitano “tutti i cittadini- è scritto nell’ordinanza sindacale- e le organizzazioni sociali, culturali e produttive, le altre Pubbliche amministrazioni a prendere parte, pur nel rispetto della vigente normativa volta a prevenire e contenere il contagio da Covid-19, alle iniziative promosse per la commemorazione del sisma.

TERREMOTO L’AQUILA, 12 ANNI DOPO: “IO NON RIDEVO”

“Io non ridevo”.

Tre parole per riassumere lo sdegno, il dolore lacerante e la rabbia che non abbandonano gli aquilani, e nel giorno del 12esimo anniversario del terremoto del 6 aprile 2009, i momenti di quella tragedia devastante tornano prepotentemente a riaffiorare, e L’Aquila piange i 309 morti sotto le macerie.

E tra i tanti messaggi arrivati in questo giorno di lutto, le stesse parole corrono ancora, insistentemente, sui social. Si riferiscono alla telefonata tra l’imprenditore edile napoletano Francesco Maria De Vito Piscicelli, coinvolto nell’inchiesta sui lavori per il G8, che si ricorda per aver riso, anche se lui ha sempre negato, insieme al cognato, Pier Francesco Gagliardi, la notte del 6 aprile del 2009 quando venne intercettato, sperando di ottenere nuovi appalti.

Piscicelli, che secondo il legale, Marcello Melandri, “ha subito un’esposizione mediatica eccessiva”, a causa delle intercettazioni, ed ” è stato evidentemente frainteso… e vive un grande disagio”, è stato minacciato più di una volta, e in un caso la minaccia si è tradotta in attentato, quando gli è stato bruciato un elicottero. L’imprenditore campano lo scorso anno ha tentato il suicidio, ingerendo barbiturici, in quanto, sempre secondo l’avvocato, l’inchiesta sui Grandi eventi ne avrebbe segnato molto le condizioni psicologiche.

Quell’intercettazione all’Aquila non è mai stata dimenticata e oggi, ancora una volta, la città ricorda che “Non rideva” alle 3.32 del 6 aprile.

L’INTERCETTAZIONE:

PISCICELLI: sì

GAGLIARDI: …oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito… non è che c’è un terremoto al giorno

P: …no…lo so (ride)

G: …così per dire per carità…poveracci

P: …va buo’ ciao

G: …o no?

P: …eh certo…io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto (il riferimento è all’ora del sisma, ndr).

G: …io pure…va buo’…ciao.

Successivamente, l’imprenditore ha smentito di essere lui quello che rideva, sottolineando che si trattava invece del cognato, definito la “metastasi della mia vita” e ha inviato comunque una lettera di scuse per “quella frase scioccante”.

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