SISMA 2009: NANNICOLA, “ISTITUTO D’ARTE VILLA GIOIA NEL TOTALE ABBANDONO”

23 Maggio 2021 15:32

L'Aquila: Politica

L’AQUILA – “Angoscia, rabbia e impotenza sono solo alcune delle sensazioni che ti assalgono senza colpo ferire, quando un pomeriggio piovoso di maggio del  2021 ti avventuri in quello che resta di una vecchia scuola devastata dal sisma nel 2009. Si tratta dell’Istituto d’Arte dell’Aquila che ai miei occhi non è una scuola qualunque, considerato che quarantaquattro anni fa la frequentai con grande naturalezza prima da studente e poi da insegnante. Alla devastazione sismica è seguita quella dell’uomo, la scuola infatti si presenta come una terra di nessuno, alla mercé di chiunque sia intenzionato a depredare un corpo morto”.

E’ un passaggio della lettera inviat in redazione dall’aquilano Sergio Nannicola, docente all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, in riferimento all’edificio del quartiere di Villa Gioia, terremotato e non ricostruito.

LA NOTA COMPLETA

Se esiste qualcosa di disastroso più della catastrofe è probabilmente quella condizione di oblio, di abbandono, menefreghismo e impotenza che a volte si genera verso ciò che resta.

In questo viaggio tra realtà e metafisica la sensazione di sospensione che ti avvolge e ti riporta all’essenza delle cose è totale. Soprattutto se quelle cose ti appartengono in qualche modo e di colpo realizzi che sei immerso in un passato dove lo spazio tempo è fermo, immobile, sospeso.

In quello che una volta era un parcheggio asfaltato, ora ti accoglie una giungla di piante nata su una palude alimentata da acqua sorgiva che ha ripreso a scorrere sul suo antico percorso.

A prima vista, dall’esterno, l’edificio sembra addirittura recuperabile nel suo insieme. L’ingresso alla costruzione è completamente libero, si accede da porte aperte e vetri sfondati. Nell’atrio ci sono suppellettili, macerie, un divano letto semiaperto, una macchina da caffè aziendale, una miriade di oggetti in ordine sparso, pareti sbriciolate e soprattutto lastre di marmo smontate dalle rampe di scale che salgono ai piani superiori, pronte per essere portate via, depredate, come del resto tutto quanto di utile è ancora possibile portare via senza troppi problemi.

Entro in questo luogo dimenticato accompagnato da un amico delle forze dell’ordine; insieme iniziamo un viaggio nella desolazione più assoluta, scendiamo al piano inferiore, là dove una volta c’era il laboratorio di plastica, dove si insegnavano i rudimenti della modellazione, della forma, gli altorilievi e i bassorilievi, la copia dal vero modellata a tutto tondo in argilla, poi i calchi in gesso.

Davanti a noi la devastazione prede corpo, il magone e la rabbia crescono nel vedere che molto di quello che era recuperabile è ancora lì, l’intrasportabile ovviamente. Il resto trafugato, rubato, vandalizzato.

Vecchi quanto preziosi bassorilievi e altorilievi in gesso che riproducevano formelle rinascimentali, usati come modelli durante le lezioni, li trovi a terra ridotti spesso a brandelli.

Lavori di ogni tipo giacciono ammucchiati uno sopra l’altro, dentro e fuori le scaffalature accartocciate su sé stesse oramai da più di dodici lunghissimi anni. Armadi, porte sfondate, vetri in frantumi sono dappertutto. Cavalletti, forni per cuocere le ceramiche e altri materiali aspettano invece la fine attraverso un’agonia lenta e inesorabile, certa al punto che ti chiedi perché tutto questo ben di dio di soldi pubblici stia continuando ad andare in malora senza che nemmeno intervenga per salvare qualcosa.

Proseguendo il percorso entriamo a fatica in quello che una volta doveva essere l’archivio della segreteria; tutto giace riverso a terra, scaffali metallici, registri, rotoli di disegni, vecchie prove d’esame, documenti di ogni tipo, manufatti che raccontano la storia di questa istituzione nata negli anni sessanta intitolata al pittore Fulvio Muzi, uno dei più autorevoli fondatori della scuola, mio indimenticabile insegnante di decorazione pittorica in quegli anni, artista schivo, apparentemente rude, amante del territorio e delle sue montagne, un uomo, un partigiano segnato dalla vita uscito miracolosamente vivo da diversi conflitti bellici.

L’Istituzione, dopo il terremoto, ma anche a seguito della riforma Gelmini del 2010, non esiste praticamente più neanche sulla carta, vista la conversione degli istituti d’arte in licei artistici che di fatto sono un’altra cosa, con buona pace dei suoi attrezzatissimi laboratori e i suoi preziosi insegnamenti che non vedranno più la luce nel vero senso della parola, perché sono stati ridimensionati drasticamente da quella riforma, e da una tendenza verso il digitale che sembra tagliare i ponti col passato.

Un destino quindi segnato anche dalla congiunzione astrale sisma/riforma/digitale che probabilmente, senza entrare troppo nel merito, ha finito per demotivare chi avrebbe potuto recuperare il recuperabile.

Riprendiamo fiato e decidiamo di dirigerci verso l’ala sud dell’edificio, dove si trovavano i laboratori di ebanisteria, metalli e oreficeria.

Lungo i corridoi che portano ai laboratori sono ovunque disseminate in uno stato precario, ma ancora recuperabili, alcune opere scultoree di grandi dimensione realizzate tra gli anni sessanta/settanta. Nel tragitto non manca nemmeno di inciampare su arazzi e tappeti sparsi sul pavimento provenienti dalla sezione di tessitura oramai ridotti a vecchi strofinacci intrisi di sporco, frammenti di vetro e calcinacci. Tutt’intorno è ovviamente vandalizzato anche in questa parte della scuola.

Il lungo corridoio che ospita i vecchi laboratori è più in basso rispetto alla scala dalla quale vi si accede ed è proprio quando svolti l’angolo che ti appare una prospettiva alquanto desolante. Oggetti, macchinari e sculture movimentate alla meno peggio sono sparse ovunque, un’antica sega a nastro, monumentale nel suo genere, è in prossimità di una porta in ferro sfondata che dà verso l’esterno dell’edificio coperto di vegetazione verdeggiante.

Il laboratorio per la lavorazione dei metalli come entri ti fa sanguinare il cuore. Macchinari di ogni tipo: torni, forni, trapani a colonna, banchi per la lavorazione dell’oro, laminatoio, trafila, armadietti forzati e svuotati di ogni attrezzatura facilmente trasportabile. Tutto in balia del menefreghismo più assoluto di chi avrebbe potuto evitare questo scempio e invece a portata di mano di chi al contrario ha trovato la manna piovuta dal cielo. Laboratorio di ebanisteria idem. Enormi macchinari ancora in ottime condizioni giacciono inermi nel silenzio spettrale di questo luogo. Pialle di ogni tipo, pressa, combinate, torni, squadratrici, macchine per il traforo, tavoli, pantografi multipli, scorniciatrici, scartavetrartici, trapani a colonna, tutto ancora lì in attesa ovviamente di una fine definitiva che, in un modo o nell’altro come dicevo in precedenza è segnata a prescindere.

Torniamo indietro e saliamo al primo piano, strada facendo tra uno squarcio di una parete e l’altro notiamo che l’attività dei predatori ha interessato anche gli impianti elettrici, ovviamente svuotati di migliaia di metri di preziosi cavi di rame.

Il piano che ospitava la scuola media annessa all’istituto ci appare di fronte con una serie di squarci sulle pareti divisorie che in sequenza vanno dalla prima all’ultima stanza, cinque sei aule completamente sventrate dalla forza del sisma aprono una prospettiva impressionante, che al solo pensiero ci fossero stati dentro gli alunni non so come e quanti ne sarebbero usciti vivi.

Cambiamo corridoio e ci ritroviamo in quella che una volta era la sezione della decorazione pittorica. In questa ala dell’edificio ho vissuto praticamente i miei anni da studente tra la prima e la seconda metà degli anni settanta.

Incuriosito da un lavoro rimasto miracolosamente ancora appeso a una parete squarciata mi avvicino e scopro con grande meraviglia che si tratta di un mio lavoro. Lo stupore per quel manufatto ancora intatto mi fa quasi uscire le lacrime. Il soggetto ispirato alla Nike di Samotracia è ancora lì, in piedi, davanti a me dal 1976/77. Una voce mi implora di portarla via, di metterla in salvo, così come per un’altra mia composizione con papaveri e macinino di caffè realizzata in affresco che ritroverò in un’altra stanza ancora miracolosamente intatta nonostante le sollecitazioni del sisma di quella notte. Penso e ripenso a questa voce e non nego la forte tentazione di ascoltarla, in effetti potrei sottrarre quegli oggetti all’oblio, insieme a libri preziosi che stanno inesorabilmente marcendo alle intemperie. Tuttavia rinuncio…non ce la faccio…è comunque un furto e soprattutto sarebbe come salvare un bimbo e abbandonarne altri cento al loro destino.

Le aule di doratura, mosaico, affresco, discipline pittoriche, progettazione, disegno geometrico, tessitura sono un’altra escalation della devastazione. In questa ala della costruzione si trovano altri preziosi gessi, alcuni intatti, altri oramai distrutti o vandalizzati, ci sono pareti squarciate ovunque, calcinacci, scaffali pieni di lavori completamente ribaltati su sé stessi, piegati dalla forza dell’onda sismica che non ha lasciato scampo a niente in questa sezione.

Torniamo sul corridoio, più avanti si intravede quella che una volta doveva essere la biblioteca, è a due passi e decidiamo di andare a vedere, la desolazione è immediata, a terra giace un mare di libri sgualciti, ammucchiati, strappati, insieme a frammenti di vetro e finestre sfondate che fanno da cornice alla devastazione. Anche qui scaffali che contenevano preziosi libri una volta sottochiave, protetti dalla polvere, custoditi con cura, catalogati, spolverati, ora sono aperti, sfondati, depredati. Aria, vento, sole, acqua modellano ora a loro piacimento quello che rimane del sapere del nostro passato e di questa sfortunata istituzione che ha visto nascere e crescere diverse generazioni di orafi, artisti, professionisti e insegnanti che in un modo o nell’altro hanno contribuito a mantenere vivo l’interesse per l’arte e la bellezza, in città come altrove.

Proseguendo il percorso noto qualcosa che attira la mia attenzione, è qualcosa che a guardarla bene potrebbe rappresentare simbolicamente questa incredibile situazione di degrado, dovuta sì alla natura ma anche e soprattutto all’atteggiamento degli uomini, che con il loro modo di fare alla fine peggiorano sempre tutto. È a questo punto che alla fin fine penso che qualcosa dovrò portarla via. Qualcosa che tuttavia non ha alcun valore commerciale intendiamoci, ma solo un valore evocativo. L’oggetto è un vecchio libro aperto, malconcio, consumato e modellato dal tempo e dalle intemperie, lasciato chissà da chi su di un tavolo davanti a una finestra aperta con i vetri rotti nel piano seminterrato dell’edificio. Libro che solo dopo scoprirò essere una bibbia. Cosa ci facesse una bibbia aperta su quel tavolo e in quel contesto rimarrà per sempre un mistero.

La visita si conclude così, con tanto amaro in bocca. Ci allontaniamo dall’edificio frastornati, increduli, è come se avessimo vissuto un sogno ad occhi aperti, poi abbassi lo sguardo, osservi le tue scarpe sporche imbiancate dalla polvere e di botto torni alla cruda realtà.

P.s. Nell’ambito di una futura demolizione dell’edificio, qualora non ci fossero più le condizioni oggettive di ripristinare gli antichi laboratori scolastici, sarebbe auspicabile sin da ora, là dove possibile, un recupero seppur parziale dei macchinari superstiti, avviando le procedure di comodato d’uso gratuito a favore di associazioni, cooperative sociali artigiane, aziende che ne facessero richiesta a seguito di un regolare bando di affidamento.

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