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SISMA: 7 ANNI DOPO, IL GRIDO DEI BAMBINI ”L’AQUILA CI PIACE, VOGLIAMO STARE QUI”

Autore dell'articolo: Alberto Orsini

5 Aprile 2016 08:01

L’AQUILA – “L’Aquila ci piace, vogliamo vivere qui!”.

Sette anni dopo il sisma del 6 aprile 2009, è il grido che spera e fa sperare della “generazione terremoto”, i bambini che stavano per entrare alla scuola materna prima che quella notte sconvolgesse il mondo.

Quest’estate lasceranno la scuola elementare dopo aver compiuto 10 anni, pronti a cimentarsi con le scuole medie e a cominciare a diventare grandi.

Quasi tutti hanno vissuto la scossa quando dovevano ancora spegnere la quarta candelina: si spostavano ancora sui passeggini, eppure oggi i ricordi sono straordinariamente nitidi.

Le stanze che ballano, il buio, i genitori che gridano e li proteggono, le notti in macchina e i mesi in tendopoli o in albergo.

“Cronisti” attenti, gli alunni della scuola “Santa Barbara” del circolo didattico “Amiternum-Marconi”. Prima timidi, poi sulla scia dei più audaci tutti si lasciano andare ai ricordi, sempre con il sorriso e la volontà di rivivere e vedere rivivere la loro città.

Sono i bambini che AbruzzoWeb ha scelto per cominciare a parlare di speranza e futuro a sette anni dalla tragedia, nel consueto “speciale”. Con le loro questo giornale proporrà altre storie, come quella di Lorella, che partorì pochi giorni dopo.

Ma sarà, al solito, l’occasione per fare il punto sulla ricostruzione, con le inchieste giudiziarie, le cifre più importanti e uno sguardo fuori dal capoluogo con lo stato dell’arte del “cratere”.

Tutto in attesa della grande fiaccolata che questa sera vedrà di nuovo gli aquilani sfilare muti e commossi ricordando le 309 vittime di sette anni fa.

LA SCOSSA

Molti rammentano proprio il momento esatto della scossa delle 3.32. “Mia madre mi ha portato via, mentre correva vedevo dietro di me le scale che crollavano” la testimonianza di Alisia.

“Mi sono svegliato subito ma ero un po’ rintronato, il letto ballava e credevo fosse un dispetto di mia sorella – confessa Tommaso G. – Fuori ricordo il buio pesto ovunque e le auto sommerse di macerie”. Lo “scricchiolio dei vetri” è la sensazione rievocata da Andrei, che ha dormito “in macchina e poi in tenda”

“Papà mi prende e corre, ma cade perché inciampa – la cronaca quasi in presa diretta di Alessandro -. Per ripararmi mi ha tenuto col braccio e si è rotto l’altro, siamo dovuti andare all’ospedale”.





Peggio è andata a Marcello, “mi è caduto un quadro addosso, ma per fortuna non mi ha fatto niente. Con mamma ci siamo messi sotto al tavolo, dopo un po’ siamo usciti”. Lo zio di Tommaso S. “si è salvato per miracolo dal crollo delle scale, noi siamo andati a Giulianova e poi in Toscana ma alla fine siamo tornati qui”.

Gli atteggiamenti di molte famiglie erano di prudenza, “dormivamo al piano di sotto perché sapevamo che avrebbe fatto il terremoto, la scossa mi ha buttato per terra”, fa notare Tiziano, mentre Lorenzo durante la fuga ricorda “i mobili della camera che sbattevano contro i muri, e piatti e tazze che cadevano e si rompevano”.

Particolare la storia di Salvatore, giunto dall’Emilia con il padre imprenditore: “Ho visto i crolli in tv, tante facce stanche e tristi. Qualcuno aveva perso la casa, ma almeno loro i figli si erano salvati e ho pensato che forse potevano stare bene pure nelle tende”.

LE TENDE

L’emergenza abitativa ha sfrangiato una comunità e costretto un po’ tutti ad arrangiarsi. E se Linda ricorda che “tutti erano gentili in hotel, alla fine sono stata bene lì” molti invece erano in tendopoli, come quella di piazza d’Armi, la più grande.

“La mattina del 6 i soccorritori mi hanno fatto fare colazione con un cornetto, ma non mi piaceva molto quel posto, faceva troppo freddo”, dice Loris arricciando il naso al ricordo. Lì ha conosciuto Robert. “In quel campo non riuscivo a dormire, così mio padre mi portava in giro con il passeggino e alla fine prendevo sonno, poi mi hanno comprato anche una bici ma non mi allontanavo”, racconta questi, che a sua volta si ricorda di Marinella, che avrebbe poi rivisto a scuola. “Al campo mi mancavano molto la mia cameretta e il mio gatto, che non ho più ritrovato”, conferma lei.

Che disagio, “con tutte quelle persone sconosciute – si lamenta Miryam – ora sto al progetto C.a.s.e. di Sassa e va meglio”. “Com’erano i bagni? Bleah! – esclama Chiara – In tenda non sapevo che fare, tutti parlavano e io non capivo niente”. Anche a Sofia mancavano gli amici, “ognuno era andato in altre città e io ero rimasta sola”.

“RESTIAMO QUI”

“Siamo stati dai nonni a Pescara. Quale città preferisco tra le due? Sto meglio qui, ho tutte le mie cose e i miei giocattoli”, assicura Ilaria.

Aurora dalla sua ricorda che “prima del terremoto mi portavano in centro con il passeggino. Anche ora ci vado con i miei, andiamo a riprendere mia sorella più grande, vedo che stanno aggiustando tutto e i palazzi sono molto belli”.

“Non voglio andare via da questa città. L’Aquila mi piace tantissimo, qui ho i miei amici e i miei ricordi” è la chiusura di Federico. Che trova consenso unanime.

LO SPECIALE DI ABRUZZOWEB

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