SPIAGGE D’ABRUZZO: PER OLTRE 250 CONCESSIONI CANONI INFERIORI A 5MILA EURO L’ANNO

PER CORTE DEI CONTI TROPPO POCHI I 92,5 MILIONI INCASSATI IN ITALIA, "NON PROPORZIONATI AI FATTURATI CONSEGUITI". CHI PAGA QUANTO, LA MAPPA DA MARTINSICURO A SAN SALVO. I CASI LIMITE DI PROCIDA ED ISCHIA

di Filippo Tronca

10 Agosto 2022 08:50

Regione - Cronaca, Economia

PESCARA – “I canoni attualmente imposti non risultano, in genere, proporzionati ai fatturati conseguiti dai concessionari attraverso l’utilizzo dei beni demaniali dati in concessione, con la conseguenza che gli stessi beni non appaiono, allo stato attuale, adeguatamente valorizzati”.

Le algide parole della Corte dei Conti, sulle concessioni balneari in Italia, passate al vaglio nella deliberazione del dicembre dell’anno scorso, conferma il giudizio tranchant del Rapporto spiagge 2022 di Legambiente, ovvero che “sembra quasi che allo Stato non interessino i canoni delle spiagge”, al netto di un giro d’affari miliardario, al cospetto del quale lo Stato ha incassato nel 202o appena 92 milioni e 566mila euro per 12.166 concessioni ad uso turistico”.

L’Abruzzo non fa eccezione, e attingendo dalle fitte tabelle del Ministero delle Infrastrutture aggiornati a maggio 2021, si scopre che per le 891 concessioni balneari da Martinsicuro a San Salvo, il prezzo medio è di 13mila euro l’anno, poco più di mille euro al mese, e se ci sono stabilimenti che pagano anche più di 40.000 euro, sono 25o circa, che non superano il canone annuale di 5.000 euro, e in molti casi tra questi le 3.000 euro. E questo in un campione non completo, perché c’è una parte delle 891 concessioni i cui non si hanno dati, nella ricognizione del Ministero. Nessuna informazione ad esempio proprio per San Salvo, e pochissime per Giulianova. Come si può leggere più nel dettaglio qui di seguito.

La questione dei canoni è salita alla ribalta con la famigerata direttiva europea Bolkestein, del 2006, che anche al governo italiano ha imposto di liberalizzare le concessioni pubbliche, cioè i beni di proprietà statale come le spiagge, attraverso gare con regole equilibrate e pubblicità internazionale.

I governi che si sono succeduti negli ultimi anni non hanno mai applicato questa direttiva, e lo scontro ha scosso anche il governo di Mario Draghi. Con la sua caduta la partita si riapre, visto che l’ex presidente della Bce, ed ora ex premier, era fortemente intenzionato ad andare avanti come un treno, con gare che si sarebbero dovute svolgere nel 2024,  come del resto deciso da una sentenza del Consiglio di Stato, ben in anticipo rispetto alle scadenza del 2033, riconoscendo al massimo agli attuali concessionari gli investimenti effettuati ed anche una primalità aggiuntiva in sede di gara. Di fatto sarebbe venuto meno lo status qui in cui le stesse famiglie detengono la stessa spiaggia anche da più di un secolo.

Tra gli argomenti dei fautori della liberalizzazione, quella che le gare consentirebbero di rinegoziare al rialzo i canoni, a beneficio delle casse comunali e statali.

E’ la posizione di Legambiente, che di fatto ricalca quella della Corte dei Conti:

“Si tratta di ‘canoni irrisori – dice l’associazione – e tra i nervi scoperti c’è anche la scarsa trasparenza dei canoni pagati per le concessioni e la non completezza dei dati sulle aree che appartengono al demanio dello Stato”.

Inoltre “la cifra raccolta nel 2020 è in calo del 12% rispetto al 2019, in parte da ascriversi alla situazione straordinaria generatasi dall’emergenza epidemiologica da Covid-19 e dai conseguenti numerosi provvedimenti normativi emanati per fronteggiarla”.

I dati della media 2016-2020 parlano comunque di entrate accertate per 103,9 milioni di euro annui, con 97,5 milioni riscossi,  a fronte di un giro d’affari difficile da stimare con precisione, ma che negli ultimi anni è stato quantificato in 15 miliardi di euro all’anno dalla società di consulenza Nomisma. Questa stima è stata recentemente contestata da uno studio commissionato dal sindacato balneari in collaborazione con Confcommercio secondo cui il giro di affari ammonterebbe ad appena un miliardo di euro.

Va poi ricordato che dal 2021, per effetto  del “Decreto Agosto”, è stato deciso che l’importo annuo del canone dovuto quale corrispettivo dell’utilizzazione di aree e pertinenze demaniali marittime con qualunque finalità non può, comunque, essere inferiore a 2.500 euro, dal 2022 di conseguenza aumentato a 2.698,75 euro.

Ovviamente, come per tutte le attività, concede Legambiente, gli stabilimenti oltre al canone, “devono pagare Imu e tassa sui rifiuti. È altrettanto doveroso sottolineare come sia necessaria una revisione e regolarizzazione di alcune imposte, che vengono pagate da parte degli stabilimenti anche nei mesi dell’anno in cui non sono aperti e, ad esempio, non producono alcun rifiuto, oppure i costi per il servizio di salvataggio (inclusa la formazione) che viene svolto anche
per le spiagge libere. Anche in questo caso però non si tratta di situazioni omogenee che riguardano tutta Italia”.

Resta il fatto che “in tutta Italia i canoni non sono assolutamente adeguati ai prezzi di mercato e cambiando regione la situazione rimane la stessa. Ad esempio in Puglia, dove in alcuni lidi in voga vengono chiesti 100 euro per un lettino, si trovano situazioni come quella di Mattinata in Puglia, con 15 stabilimenti che pagano meno di 1.000 euro annui, mentre dei restanti 20 sono 19 quelli tra i 1.000 e i 5.000 euro di canone l’anno”. O come sull’isola di Procida in Campania, “dove su 10 stabilimenti, 5 pagano meno di 1.000 euro annui e gli altri 5 versano tra 1.000 e 5.000 euro. Ad Ischia, in tutta l’isola, sono addirittura 52 i lidi che non arrivano a pagare 1.000 euro annui di canone”

Guardando più in dettaglio alla mappa abruzzese delle concessioni balneari e dei relativi costi, e cominciando dalla costa teramana a scendere, a Martinsicuro sono 32 gli stabilimenti che non superano i 5.000 euro l’anno. altri 6 superano di poco questa soglia, non oltre i 7.000 euro.

Ad Alba Adriatica ci sono 7 stabilimenti che pagano piu di 10 mila e in un caso anche sopra i 4omila, ma poi ci sono oltre 40 stabilimenti nella fascia tra i 1.000 e i 5.000 euro l’anno.

A Tortoreto in 12 pagano sopra i 10.000 euro, 2  sopra i 10.000, in 10 pagano da 1.000 a 5.000, 15 da 5.000 a 10.000.

A Giulianova spicca innanzitutto che per circa 60 stabilimenti non si ha alcuna informazione.
Sono 6 quelli che pagano oltre i 10.000 euro.

A Roseto degli Abruzzi sono 30 gli stabilimenti che pagano non oltre 5mila euro, e 3 meno di 1.000 euro. in 12 pagano oltre 10.000 euro, alcuni oltre i 30.000 euro.

Pineto nessun dato per 26 stabilimenti, c’è ne è uno che paga 22mila euro.

Arrivando sulla costa pescarese, a Montesilvano 17 stabilimenti pagano dai 1.000 ai 5.000 euro, 23 non più di 10.000, 6 stabilimenti oltre i 10.000 euro, ma non più di 20.000 euro.

A Pescara pagano meno di 5.000 euro solo 15 stabilimenti, una ventina pagano fino a 10.000, e circa una cinquantina oltre 10.000 euro, in qualche caso oltre i 40.000 euro.

Arriviamo sulla costa della provincia di Chieti:

A Francavilla sono 33 gli stabilimenti sono sotto i 5mila euro l’anno, 16 tra 5.000 e 10.000 euro, uno soltanto sopra i 10mila, ma di sole 200 euro.

Ad Ortona 3 stabilimenti pagano sotto i 1.000 euro l’anno, 10 stabilimenti pagano meno di 5 mila euro, 34 sopra i 10mila.

A Fossacesia mancano i dati di ben 15 stabilimenti, e tra quelli di cui si ha contezza, e il canone più alto è di 11mila euro circa.

Mentre a Torino di Sangro si va da 650 euro, in un caso, fino a 18,450 euro e 4 stabilimenti pagano poco più di 1.000 euro.

Molto bassi i canoni anche a  Casalbordino, con 5 stabilimenti sotto i 1.000 euro, e altri 10 stabilimenti sotto i 2.000 euro.

A Vasto 24 stabilimenti pagano meno di 3.000 euro,  6 più di 5.000, solo 2 stabilimenti pagano 11.095 euro e 13.376 euro, ma mancano i dati di 35 stabilimenti.

Nessun dato invece per la costa di San Salvo.

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