PER VERTICI TECNOSTRUTTURA REGIONE INDENNITA' DI POSIZIONE DA 50.000 A 69.750 EURO, GRAZIE A DELIBERA DI MAGGIO. LIRIS E IMPRUDENTE AVEVANO PROVATO A BLOCCARE TUTTO, POI DIETROFRONT A SEGUITO DI MINACCE CONTENZIOSO IN DUE LETTERE DI FUOCO A FIRMA DEI POTENTISSIMI GRAND COMMIS DI PALAZZO SILONE; OPPOSIZIONI URLANO A SCANDALO, PAOLUCCI, "PESSIMO SEGNALE", PETTINARI, "UNA VERGOGNA"

SUPER STIPENDIO DIRETTORI, STORIA E CIFRE DI UN AUMENTO IN PIENA CRISI COVID

di Filippo Tronca

24 Ottobre 2020 07:51

L’AQUILA – “Uno scandalo”, “un’offesa ai cittadini piegati dalla crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus”, “un’operazione che va in contrasto con ogni forma di buon senso, alla faccia delle famiglie che lottano ogni giorno con la precarietà e con la necessità di contare ogni centesimo”, “un pessimo segnale per la cittadinanza che non ha ancora ricevuto tutti i fondi che la Regione ha detto che sarebbero arrivati a ristoro del lockdown”.

Monta in queste ore l’ondata di indignazione per voce dei consiglieri di opposizione in consiglio regionale di centrosinistra e Movimento 5 stelle, in particolare del drm Silvio Paolucci, e del pentastellato Domenico Pettinari,  a seguito dell’aumento dell’indennità di posizione, una delle tre voci dello stipendio, dei direttori di dipartimento della Regione Abruzzo  da circa 50.000, a 69.750.

Aumenti che saranno anche retroattivi, a partire dal 29 maggio.

La determina del direttore generale, Barbara Morgante, che ha disposto gli aumenti, non è altro però che un passaggio tecnico e obbligato che ha reso esecutivo quanto stabilito nella delibera regionale del 14 maggio, che ha sancito la vittoria su tutti i fronti dei vertici della tecnostruttura regionale nei confronti della parte politica, che con in testa l’assessore al Bilancio e Personale Guido Liris, di Fratelli d’Italia, e il vicepresidente di Giunta, il leghista Emanuele imprudente, quell’aumento non avrebbero voluto concederlo, perché anche allora, con l’Italia e l’Abruzzo piegati dalla pandemia del coronavirus, sarebbe apparsa una decisione politicamente a dir poco imbarazzante.

L’aumento contenuto in una griglia di valutazione di marzo, era stata infatti su iniziativa di Liris e  Imprudente stralciata da una delibera del 10 aprile.

Scatenando però l’ira dei diretti interessati che in due lettere di fuoco, venute in possesso di Abruzzoweb, hanno minacciato un durissimo contenzioso.

Da qui il goffo dietrofront con una delibera del 29 maggio che ha concesso gli aumenti.

La vicenda merita di essere ripercorsa nei passi salienti per avere contezza di quelli che sono i veri rapporti di forza all’interno dell’ente regionale, tra i grand commis da una parte, e i consiglieri e gli assessori dall’altra.

Tutto ha avuto inizio il 24 marzo, con l’approvazione della griglia dei criteri di valutazione, proposti dagli stessi direttori, e con i sindacati d’accordo.

È stata dunque predisposta la  delibera, con allegate le pesature dei 53 dirigenti, e quelle appunto dei direttori con due fasce da 65.000 euro e 70.000 euro, che avrebbero determinato un sostanzioso aumento.

In base a questa “generosa” pesatura, tutti i direttori con il massimo dei voti da parte dell’Oiv avrebbero avuto il massimo di voti, e dunque una retribuzione di 70 mila euro, in aggiunta alla retribuzione tabellare, o di base, che è per tutti di 43.830 euro, e al premio di risultato che finora non ha superato i 15.300 euro.

Il direttore generale in base ai nuovi parametri si sarebbe vista riconoscere 84 mila euro, il venti per cento in più dei direttori.

Poi però il colpo di scena: viste le perplessità di Liris, a cui ha fatto sponda in particolare il vicepresidente Imprudente, il 10 aprile la delibera è stata approvata con l’aggiunta di una postilla, che cassava l’allegato relativo alle retribuzioni dei direttori.

L’ok è stato dato solo alla pesatura dei 53 dirigenti, che gestiscono ed occupano anche ad interim i 73 servizi, con l’approvazione di tre fasce, da 38.000, 41.500 e 45.000 euro, che varranno per quasi tutti un aumento seppure contenuto, in busta paga. Decisione presentata come necessaria in vista dell’indizione dei concorsi.

Apriti cielo: i grand commis, furibondi, hanno preso carta e penna e a metà aprile hanno scritto due lettere di fuoco a Marsilio e ai suoi assessori.

A firmarle entrambe, Emanuela Grimaldi, dipartimento Presidenza, Fabrizio Bernardini, dipartimento Risorse, Pierpaolo Pescara, dipartimento Territorio e Ambiente, Emidio Primavera, dipartimento Infrastrutture e Trasporti, Claudio Di Giampietro, Dipartimento Lavoro e Sociale, Germano De Sanctis, dipartimento Sviluppo Economico e Turismo.

Ha firmato solo la seconda lettera Giuseppe Bucciarelli, fino al 5 maggio “reggente” del dipartimento Sanità, poi occupato da Claudio D’Amario, ex dg Asl di Pescara nominato a gennaio, ma rimasto poi a Roma nella task force coronavirus come capo del dipartimento di Prevenzione del Ministero della Salute.

Non ha sottoscritto nessuna delle due missive Elena Sico, direttore del dipartimento Agricoltura.

Nel carteggio i direttori fanno innanzitutto una cronistoria sul come si è arrivati a questa nuova pesatura, e alla diversificazione meritocratica delle retribuzioni di posizione, che rappresenta una novità nella storia dell’alta burocrazia abruzzese.

“La Regione Abruzzo mai ha graduato le posizioni dirigenziali essendosi limitata, nel 2010, alla adozione di una delibera con la quale sono stati ‘provvisoriamente’ determinate le indennità per i Dipartimenti e quelle per i Servizi nella misura unica, quest’ultima di circa 41 mila euro. Il processo di graduazione è partito nel 2017 e si è articolato in confronti con le parti sindacali, in studi e analisi del contesto organizzativo, in raffronti con altre realtà regionali”.

“Tale processo – proseguono i direttori – si è innestato su una complessiva revisione dell’organizzazione regionale, iniziata ad aprile del 2019, orientata prioritariamente a rafforzare tutti quei settori che necessitano di idonee professionalità e prodromica di ulteriori attività di reperimento e reclutamento di figure dirigenziali”.

Il riferimento è proprio alla riforma della macchina burocratica di Liris, avviata pochi mesi dalla vittoria del centrodestra alle elezioni del febbraio 2019, e in avvio di legislatura.

Non solo: “il processo ha finora prodotto il consolidamento della riduzione strutturale della spesa di personale pari a circa 6 milioni di euro l’anno, la riduzione delle posizioni dirigenziali da 96 a 85, la riduzione del fondo per la retribuzione dei dirigenti di 1,3 milioni, da 5,6 milioni a 4,3 milioni, l’aumento delle responsabilità e dei carichi di lavoro derivante dal riassetto delle funzioni e delle competenze trasferite dalle Province alle Regioni”.

In definitiva, osservano i direttori, “compiti sempre crescenti e sempre più complessi, a seguito della riorganizzazione in atto, devono essere attribuiti a un minor numero di dipendenti e di dirigenti”, e con una riduzione dei costi.

Pertanto, prosegue il ragionamento, “un siffatto virtuoso modo di gestire la cosa pubblica dovrebbe determinare anche, e finalmente, una ponderata differenziazione delle posizioni dirigenziali riconoscendo, in linea con tutte le altre regioni, retribuzioni corrispondenti ai ruoli, alle responsabilità e alle professionalità”.

È fuori di dubbio infatti per i direttori che “la retribuzione di ogni lavoratore deve essere proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e tale principio vale anche per la dirigenza pubblica”.

E invece nulla: in zona Cesarini la pesatura della retribuzione di posizione che era l’esito di questo lungo iter, è stato stralciata e affossata. Una decisione immotivata innanzitutto, per i direttori.

“Se l’intento era quello di produrre economie sulla retribuzione dei dirigenti, è doveroso evidenziare che si tratta di ipotesi di fantasia poiché non esiste alcuna correlazione tra risorse da destinare al sostegno delle famiglie e delle imprese e il fondo che finanzia le retribuzioni dei Dirigenti. Quest’ultimo ha, per legge e per contratti, destinazione vincolata e, per l’effetto, non può essere utilizzato per altre finalità”.




E poi a conti fatti il risparmio, aggiungono i direttori, è di appena 140 mila euro, su un fondo per il personale di 4,3 milioni di euro.

I direttori con sarcasmo si chiedono a questo punto “se il loro compito o il loro ruolo non sia stato o non sarà determinante per la gestione di tale emergenza coronavirus”.

Ricordando che in questi due drammatici mesi non si sono certo girati i pollici in Regione Abruzzo, negli uffici fatti funzionare proprio dai direttori: “siamo stati i primi in Italia nell’applicazione del cosiddetto lavoro agile, e le attività non sono state minimamente interrotte durante l’emergenza, non sono state sospese le procedure di riorganizzazione in itinere, non e stata rinviata o bloccata l’attività amministrativa”.

Anzi è stata incrementata “al fine di fornire immediate e concrete risposte alle esigenze dettate dall’emergenza (basti ricordare, tra le tante cose, che sono stati reperiti fondi per famiglie e imprese, sono stati impostati e sono prossimi alla pubblicazione i bandi per riconoscere alle prime e alle seconde i benefici derivanti dalla legge 9 del 2020, è stata avviata la realizzazione del Covid hospital di Pescara, sono state anticipate alla Protezione Civile le somme necessarie per fare fronte all’emergenza”.

E ancora incalzano i direttori: “decisioni di elevato carattere amministrativo e gestionale non possono soggiacere a logiche populistiche”, e “lo stralcio della posizione dei direttori è la peggiore delle risposte possibili”. Perché ha finito con il garantire a posizioni dirigenziali con minore responsabilità retribuzioni praticamente equiparabili a quella dei vertici regionali”.

E soprattutto perché “getta discredito sulle figure direttoriali: se per queste non trovano applicazione i criteri di adeguatezza e proporzionalità della retribuzione applicati a tutti gli altri dirigenti si istiga l’idea che tale retribuzione sia frutto di una qualche concessione, questa si deprecabile in tempi così critici”.

In terzo luogo “nell’ambito di un complessivo processo di riorganizzazione che ha già prodotto – e che deve continuare a produrre – benefici per la collettività amministrata e che non è stato assolutamente interrotto, né deviato dall’emergenza in atto, la graduazione di tutte le posizioni e condizione indispensabile alla prosecuzione e alla conclusione delle attività intraprese”.

La richiesta, con contestuale minaccia di ricorsi e contenziosi giudiziari è dunque quella di annullare la delibera e approvare la pesatura.

Nella seconda missiva, inviata dopo non aver ricevuto risposta alla prima i toni sono ancor più perentori.

“La delibera, per come è stata adottata risulta assolutamente illegittima – tuonano ii direttori – in quanto la pesatura rappresenta un procedimento obbligatorio, basato su parametri oggettivi e predeterminati (come la stessa magistratura contabile, civile e amministrativa ha più volte ribadito”.

Per parametro oggettivo “si intende che i punteggi devono essere correlati alla diverso livello di competenza, responsabilità complessa e rilevanza strategica delle varie posizioni dirigenziali”, a cui deve altrettanto obbligatoriamente corrispondere un diverso coefficiente economico. Non è un caso se in tutte le Regioni il valore della posizione dei direttori sia superiore al doppio di quello della posizione più bassa per i dirigenti”.

Le due lettere hanno sortito il loro effetto, sancendo una vittoria su tutti i fronti dei direttori.

Il 14 maggio infatti la giunta, senza darne pubblicità,  ha fatto una spettacolare inversione di marcia e ha approvato una delibera che ha annullato sia quella del 24 marzo che del 10 aprile.

Si proceduto così da capo a stabilire la “griglia” della valutazione.

Per quanto riguarda i dirigenti sono state fissate tre fasce per l’erogazione delle retribuzioni di posizione: fino a 60 punti 38.000 euro, da 61 a 85 punti 41.500, da 86 a 100 punti 45.000. Identica a quella precedente.

Per quanto riguarda invece i direttori, sono state stabilite due fasce: fino a 80 punti, il + 50% della più elevata retribuzione di posizione dirigenziale, ovvero 67.500 euro l’anno. Da 81 a 100 punti + 55% della più elevata retribuzione di posizione dirigenziale, ovvero 69.750.

Invece dei 70.000 euro della precedente griglia, con un risparmio, c’è chi ha ironizzato, dell’astronomica cifra di 2mila euro l’anno per le casse dell’ente.

Il direttore generale si è visto riconoscere una retribuzione di posizione di 83.700, il 20% in più della retribuzione di posizione massima dei direttori. Anche per lei un sacrificio di 300 euro.

Ci sono poi le figure apicali delle “strutture organizzative complesse” un gradino più in alto rispetto ai dirigenti, e uno più basso rispetto ai direttori.

Il direttore dell’Agenzia di Protezione Civile istituto su iniziativa di Liris avrà una retribuzioni di 51.750 euro, il 15 per cento in più rispetto alla retribuzione massima dei dirigenti.

Interessante le premesse alla deliberazione del 15 maggio: si riconosce innanzitutto che la Conferenza dei Direttori e il Sindacato Direr-Fedirets hanno segnalato che “la pesatura degli incarichi di posizione dirigenziali, per come era stata approvata, non tiene in debita considerazione i principi che tanto l’Aran quanto la magistratura (contabile, civile e amministrativa)”.

Ovvero che “a seguito della non determinazione del valore della retribuzione di posizione dei Direttori, quest’ultima coincide sostanzialmente, senza che ne sussistano oggettive motivazioni, con la retribuzione di posizione dei Servizi Autonomi e con la retribuzione dei dirigenti che ricoprono anche incarichi ad interim”.

Del resto, nelle altre Regioni, il rapporto tra il valore economico della retribuzione di posizione delle figure apicali (Direttori) e il valore economico (più alto) della retribuzione di posizione delle figure dirigenziali varia da un minimo del 152% ad un massimo del 226%; ciò vuol dire che la retribuzione di posizione dei Direttori delle altre Regioni è più elevata della retribuzione (più alta) di posizione dirigenziale di una percentuale che varia da un minimo del +52% a un massimo del +126%”.

Infine il motivo per cui si voleva negare l’aumento, l’emergenza coronavirus diventa un motivo per accordarlo.

“Lo stato di emergenza dettato dal diffondersi dell’epidemia Covid – 19, ha notevolmente aggravato i compiti e le funzioni tanto degli Uffici e dei Servizi, quanto dei Dipartimenti chiamati a fronteggiare, ognuno per la propria competenza, in tempi rapidissimi, molteplici e finora sconosciute esigenze di carattere sanitario, sociale ed economico attraverso l’attivazione di procedure complesse, spesso nuove, connotate da urgenza, indifferibilità e necessità”.

Si ricorda infine che “le somme accantonate a carico del bilancio e vincolate al finanziamento della retribuzione di posizione e di risultato secondo le norme contrattuali vigenti è stato ridotto di circa 1.300.000 euro complessivi; la pesatura delle posizioni, pertanto, non comporta alcun onere aggiuntivo per il bilancio regionale, anzi è coerente con la riduzione chiara e netta del fondo”.

 

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