TERREMOTO L’AQUILA, L’OMELIA DI PETROCCHI: “IL TEMPO NON CICATRIZZA LE FERITE, ED E’ GIUSTO COSI'”

5 Aprile 2021 18:42

L’AQUILA – Nel 12esimo anniversario del terremoto del 6 aprile 2009, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in piazza Duomo, la celebrazione liturgica officiata dall’arcivescovo della città dell’Aquila e presidente della Ceam (Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana), cardinale Giuseppe Petrocchi.

Di seguito il testo completo dell’omelia.

“Questa liturgia, in cui commemoriamo le Vittime del sisma del 06 aprile 2009, non è dominata da una mestizia reclinata su sé stessa, ma è avvolta dalla luce e dalla grazia della Pasqua. Nel primo brano biblico, che abbiamo ascoltato, risuona forte l’annuncio narrato negli Atti degli Apostoli: «allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: “Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 14. 22-32)

È la proclamazione del “kerigma”, arco portante della rivelazione, centrato sulla Pasqua del Signore.

Mi viene spontaneo agganciare la Parola, che ci è stata consegnata, a una intensa riflessione di sant’Agostino: «Egli ha preso la morte e l’ha infissa alla croce e ne ha liberato i mortali. Ma di quale morte si tratta? Della morte della vita, si può dire. Il Cristo non è la vita? E tuttavia è stato crocifisso; ma nella morte di Cristo, la morte ha trovato la sua propria morte, poiché la vita morendo ha ucciso la morte»[1]. La morte, perciò, esce definitivamente sconfitta: la porta della salvezza viene spalancata per tutti e in perpetuo.

Ecco perché la Chiesa, durante celebrazione della Messa per i Defunti, nella recita del “Prefazio”, dichiara: «ai tuoi fedeli, o Signore la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna in cielo». La morte, in Cristo crocifisso e risorto, è passaggio: non conclusione disgregante, ma solo cambiamento di sede. Per questo, da credenti, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la morte, senza cercare di esorcizzarla attraverso l’occultamento psicologico e l’esclusione culturale. Pur avendo le lacrime agli occhi, ma con la pace nel cuore, possiamo affermare, a testa alta, che inostri congiunti o amici, che passano attraverso il tunnel della morte, non si perdono nel baratro del nulla, ma:

arrivano a destinazione, perché l’esistenza umana è un pellegrinaggio nel tempo verso la patria eterna;

ci precedono, perché ciò che si è compiuto in loro, accadrà anche a noi. Di questo siamo sicuri; anche se non sappiamo: dove, come e quando;

ci attendono, perché i legami, che ci hanno unito “quaggiù”, non si deteriorano, né vengono meno “lassù”: anzi, si purificano e giungono a pienezza;

ci sarà il ricongiungimento, perché quando anche noi avremo varcato la porta della morte, ci ritroveremo nella Casa di Dio, contenti di stringerci in un abbraccio eterno, e grati di essere stati ammessi alla Comunione definitiva con il Padre celeste, resi figli nel Figlio, attraverso il dono dello Spirito.

Sappiamo che pure il nostro corpo mortale, consegnato provvisoriamente alla terra da cui è strato tratto, sarà chiamato a risorgere, alla fine dei tempi: quando Dio sarà “tutto in tutti” (cfr. 1Cor 15,28) e verranno inaugurati i nuovi cieli e la terra nuova” (2Pt 3, 12-13), nel Giorno che non conoscerà tramonto.

Dunque, con quanti dimorano nell’ “al-di là”, le vie della relazione non sono ostruite o interrotte, ma restano percorribili, anche se con modalità diverse, rispetto a prima.

La comunicazione avviene sul canale della fede. Bisogna, infatti, imparare bene il linguaggio del Regno dei Cieli, il cui Il vocabolario è costituito da parole evangeliche. La grammatica è quella della Pasqua. La intenzione dialogica, che muove tutto, è il desiderio di unità con Dio e con gli altri. È in questo idioma, infatti, che si esprimono quelli che dimorano “lassù”.

Si intensifica lo scambio di doni, generati dalla reciproca carità: dunque, la circolarità di grazie ottenute da loro per noi, come anche di preghiere e opere buone offerte da noi per loro. Va precisato che gli interventi di suffragio sono particolarmente efficaci se vengono ottenuti e trasmessi attraverso la celebrazione eucaristica.

Si stringono “alleanze”, animate dalla speranza, nella certezza che ogni evento segnato dalla verità e dal bene non si dissolve, ma resta e trova la sua completa realizzazione nel Signore. Ciò che condividiamo, secondo la volontà di Dio, contribuirà a costruire un mondo migliore “quaggiù”, e ci rende partecipi della Città di Dio, che lo Spirito edifica “lassù”. Di qui l’impegno a spendersi con coerenza evangelica, nella consapevolezza che ogni gesto, vissuto nella carità, viene “eternizzato” e reso fruibile a tutti nella comunione dei santi.

Davanti alla morte, dunque, dolore, ha il suo legittimo posto nel cuore dei credenti; ma l’angoscia non deve trovarvi ospitalità.

Il dolore, infatti, ha diritto di “esserci”, perché scaturisce da un amore “sacro”, segnato dal “per sempre”. Come il cosmo è tenuto insieme dalla forza di gravità, così l’universo-umano viene aggregato da una energia unitiva basilare: prima di tutto l’amore dei genitori verso i figli, poi l’amore dei figli verso i genitori e l’amore fraterno. I legami che tesse questo amore “parentale”, quando è autentico, non possono essere recisi. Questo amore non si arrende di fronte allo scorrere della storia, non arretra di fronte alle contrarietà: è un legame che resta intatto, qualunque cosa accada! Sfida la morte: e in questo scontro è la morte che ha la peggio, perché è un amore che continua a vivere: in tutto, nonostante tutto, in eterno.

Il tempo non cicatrizza queste ferite: ed è giusto così, perché testimonia un valore perenne! L’importante è che non si infettino. Questa sofferenza va avvicinata e condivisa con rispetto, secondo la sapienza e con la sensibilità della Pasqua.

Ci confortano e incoraggiano le frasi, pronunciate da Gesù, e riportate nel Vangelo di Matteo. «In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.  Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!”. Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”» (Mt 28, 8-10)

Per noi, la Galilea, in cui incontrare Gesù e fare esperienza della Sua Pasqua è la Chiesa.

Oggi siamo esortati non solo a “ricordare” (= rivisitare con la mente episodi lontani nel tempo, ma scollegati dal nostro “oggi”) quei drammatici momenti del 6 aprile 2009: ma a “farne memoria” (= dare il primo posto, nell’anima, a eventi che sono rimasti sempre presenti nella mente e nel cuore, e che “ora” ridiventano “attuali” e “condivisi”, in una dimensione cristiana ), vivendoli come Comunità ecclesiale e civile.

Vorrei, in tale prospettiva, proporvi la distinzione, tra “popolazione” e “Popolo”: la prima parola esprime una molteplicità di individui che abitano nella stessa zona, senza che tra i componenti di questo “insieme” si stabiliscano relazioni di reciproca appartenenza e interazioni per una condivisa progettualità. Per diventare “Popolo”, invece, occorre riconoscersi ed operare come comunità caratterizzata dalla stessa “identità” – storica, culturale e sociale – così come sentirsi corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive, come anche nel costruire prospettive future che riguardano tutti e ciascuno. Il Popolo ha una cultura specifica, tradizioni proprie e stili di comportamento “tipici”.

La storia è un influente fattore di coesione: determina saldature inscalfibili e disegni indelebili. Un “Popolo” è reso tale non solo dalle sue conquiste e dai successi che si è guadagnato, ma anche dagli eventi drammatici che lo hanno segnato: queste sofferenze-condivise rappresentano un potente fattore unificante.

Il dramma del terremoto ha reso ancora più “Popolo” la gente aquilana: la comune tragedia, affrontata “insieme”, ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza. Quando un trauma, che deriva da una calamità generale, colpisce una “popolazione” viene vissuto in modo frammentato: ciascuno lo porta per conto suo o per aggregati sparsi. Invece, dove c’è Popolo, il dramma è condiviso: vissuto da tutti e da ciascuno in modo diverso, ma universale. Si stabilisce così una “interdipendenza”, in cui il “mio” diventa “nostro”, e viceversa.

 

Un altro fattore crea legami costitutivi è la determinazione collettiva nel reagire alle emergenze e la volontà perseverante di ricostruire. L’Aquila, nella sua storia fondativa, non è partita in “tono minore”, per innalzarsi successivamente a registri “maggiori”: è subito arrivata ad eseguire uno “spartito alto”. Gli annali della Città lo documentano con chiarezza.

Va pure evidenziato che la matrice cristiana della sua cultura e la configurazione “montanara” (cioè tenace e vigorosamente reattiva) ha spinto sempre il Popolo aquilano ad affrontare le difficoltà, anche devastanti, con la ferma speranza che, dichiarando guerra alla morte (in tutte le sue forme) e mobilitandosi a favore della vita, con l’aiuto di Dio si sarebbero attivati processi vincenti di risurrezione.

 

Sono persuaso che se si venisse fatta un’analisi del DNA del Popolo aquilano si ritroverebbero – tra i cromosomi identitari – la “resilienza al sisma”: questi fattori “strutturali” suscitano “anticorpi caratteriali” che neutralizzano i virus della disgregazione sociale e sconfiggono la sindrome della disfatta.

Altro “gene” identitario è la “tenacia del ripartire”, che si rende visibile nella spinta perseverante alla ricostruzione. Dal “gene” della ripartenza, sempre e a qualunque costo, si sviluppa il “genio” del reinventarsi, pure davanti alle macerie, una esistenza non solo “ri-adattata”, ma “re-inventata” e di “nuovo conio”.

 

Per tali motivazioni, la commemorazione, che stiamo celebrando, non riguarda solo i famigliari delle Vittime e la rete degli amici: è un evento di Popolo!

Le Vittime del terremoto sono stati e continuano ad essere – a pieno titolo – membri del Popolo che noi formiamo. Perciò non appartengono soltanto ai “loro” parenti, ma sono e rimangono “nostri” fratelli e con-cittadini, nella grande Famiglia aquilana. Perciò, insieme a noi, “ri-costruttori” di una Comunità, ecclesiale e civile, impegnata nel tessere iniziative di “risurrezione”: infatti la “ricostruzione”, senza “risurrezione”, sarebbe un’attività solo edilizia e architettonica, destinata a non ricomporre e consolidare il Popolo Aquilano.

 

Fra poco, nel corso della liturgia, scandiremo i nomi delle 309 Vittime: non si tratta solo di un appello, codificato in un rituale meccanico. Significa dichiarare un vincolo che c’è e rimane.

Le luci accese sulle finestre diventano espressione esterna delle lampade che ardono nel cuore, alimentate dalla condivisione d’anima e da vicinanza partecipe.

I rintocchi delle campane (stasera, a Piazza Duomo) non rappresentano segnali di lutto, ma un richiamo ad un “patto” sociale – scritto non sulle carte, ma nelle coscienze – che ci impegna a tendere, insieme, non solo al “come prima”, ma al “di più” e al “meglio”.

Per la Chiesa: questi rintocchi diffondono la “sonorità” della Risurrezione e l’invito ad essere cittadini degni del Vangelo.

 

Dopo la calamità del terremoto 2009, con le sue repliche del 2016 e 2017, si è abbattuta, nel nostro territorio, l’emergenza pandemica.

Preghiamo per i deceduti a causa della epidemia, per quanti hanno contratto il contagio e per le loro famiglie. Esprimiamo profonda partecipazione a coloro che hanno subìto danni professionali e relazionali: nessuno è escluso dal nostro abbraccio fraterno e dalla nostra “prossimità fattiva”.

Anche questa battaglia non può gestita solo da una élite, ma costituisce una impresa di Popolo. Non bastano atteggiamenti “virtuosi” di una minoranza, che possono essere diluiti o azzerati da comportamenti dannosi di un’altra porzione di persone. Anche se le urgenti e necessarie strategie “tecnico-scientifiche” e “farmacologiche” (come la vaccinazione di massa) risolvessero nel tempo il problema sanitario, ma non venissero messi in campo gli indispensabili stili cognitivi e relazionali, segnati da una coesione matura e fattiva, i costi umani – come anche i guasti sociali ed economici – sarebbero disastrosi, e questo non possiamo permettercelo.

 

Maria

 

Maria custodisca, nel suo amore materno, i nostri Parenti e Amici, morti a causa del terremoto. La preghiera fatta “per” le Vittime del sisma e “dalle” Vittime del sisma aiuti il Popolo aquilano a crescere nei valori cristiani e umani. L’umile Vergine di Nazareth ci insegni l’“arte” del “Sì” a Dio e al prossimo, che ci rende Comunità-risorta: e – proprio per questo – fraterna, solidale, laboriosa ed accogliente. Amen!”

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