TERREMOTO, PETROCCHI: “IL DRAMMA HA RESO ANCORA PIU’ ‘POPOLO’ LA GENTE AQUILANA”

5 Aprile 2021 18:36

L’AQUILA – “Vorrei proporvi la distinzione, tra ‘popolazione’ e ‘Popolo’: la prima parola esprime una molteplicità di individui che abitano nella stessa zona, senza che tra i componenti di questo ‘insieme’ si stabiliscano relazioni di reciproca appartenenza e interazioni per una condivisa progettualità. Per diventare ‘Popolo’, invece, occorre riconoscersi ed operare come comunità caratterizzata dalla stessa ‘identità’ – storica, culturale e sociale – così come sentirsi corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive, come anche nel costruire prospettive future che riguardano tutti e ciascuno. Il Popolo ha una cultura specifica, tradizioni proprie e stili di comportamento ‘tipici’. La storia è un influente fattore di coesione: determina saldature inscalfibili e disegni indelebili. Un ‘Popolo’ è reso tale non solo dalle sue conquiste e dai successi che si è guadagnato, ma anche dagli eventi drammatici che lo hanno segnato: queste sofferenze-condivise rappresentano un potente fattore unificante”.

È un passaggio dell’omelia del Cardinale Giuseppe Petrocchi nel corso delle celebrazioni per il 12esimo anniversario del terremoto del 6 aprile del 2009 in corso di svolgimento nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in piazza Duomo all’Aquila.

“Il dramma del terremoto ha reso ancora più ‘Popolo’ la gente aquilana: la comune tragedia, affrontata ‘insieme’, ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza. Quando un trauma, che deriva da una calamità generale, colpisce una ‘popolazione’ viene vissuto in modo frammentato: ciascuno lo porta per conto suo o per aggregati sparsi. Invece, dove c’è Popolo, il dramma è condiviso: vissuto da tutti e da ciascuno in modo diverso, ma universale. Si stabilisce così una ‘interdipendenza’, in cui il ‘mio’ diventa ‘nostro’, e viceversa”.

“Un altro fattore crea legami costitutivi è la determinazione collettiva nel reagire alle emergenze e la volontà perseverante di ricostruire. L’Aquila, nella sua storia fondativa, non è partita in ‘tono minore’, per innalzarsi successivamente a registri ‘maggiori’: è subito arrivata ad eseguire uno ‘spartito alto’. Gli annali della Città lo documentano con chiarezza. Va pure evidenziato che la matrice cristiana della sua cultura e la configurazione ‘montanara’ (cioè tenace e vigorosamente reattiva) ha spinto sempre il Popolo aquilano ad affrontare le difficoltà, anche devastanti, con la ferma speranza che, dichiarando guerra alla morte (in tutte le sue forme) e mobilitandosi a favore della vita, con l’aiuto di Dio si sarebbero attivati processi vincenti di risurrezione”.

“Sono persuaso che se si venisse fatta un’analisi del DNA del Popolo aquilano si ritroverebbero – tra i cromosomi identitari – la ‘resilienza al sisma’: questi fattori ‘strutturali’ suscitano ‘anticorpi caratteriali’ che neutralizzano i virus della disgregazione sociale e sconfiggono la sindrome della disfatta. Altro ‘gene’ identitario è la ‘tenacia del ripartire’, che si rende visibile nella spinta perseverante alla ricostruzione. Dal ‘gene’ della ripartenza, sempre e a qualunque costo, si sviluppa il ‘genio’ del reinventarsi, pure davanti alle macerie, una esistenza non solo ‘ri-adattata’, ma ‘re-inventata’ e di ‘nuovo conio’. Per tali motivazioni, la commemorazione, che stiamo celebrando, non riguarda solo i famigliari delle Vittime e la rete degli amici: è un evento di Popolo!”.

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