TRAGEDIA ASILO: “VIVRAI COSÌ, ETERNO BAMBINO FELICE”, IL RICORDO DI TOMMASO DELLA ZIA GIUSI FONZI

23 Maggio 2022 08:53

L'Aquila - Abruzzo, Cronaca

L’AQUILA – “Per tutti l’immagine di Tommaso resterà il simbolo di un’assurdità, ma non vorrei che dietro al simbolo sparisse la sostanza intima, quella più autentica che Tommaso incarnava per la nostra famiglia. Perdonatemi, ma è questo che oggi vorrei riprendermi ora. L’intimo, per ciascuno di noi, è più potente dell’universale. Domani il paese tornerà al suo tran tran; il dolore collettivo, come è normale sbiadirà; noi dovremo fare i conti con un dolore che è una lama rovente da ficcarsi nel cuore, da soli”.

E’ un passaggio dell’intenso e toccante intervento ai funerali di sabato scorso di Giusi Fonzi, giornalista, zia di Tommaso D’Agostino,  il bimbo di 4 anni morto nel tragico incidente accaduto nel primo pomeriggio di mercoledì scorso nella scuola dell’Infanzia di Pile, all’Aquila, dove due bambine e quattro bambini sono stati travolti da un’auto, mentre giocavano in giardino, auto probabilmente sfrenata inavvertitamente da un dodicenne lasciato solo nell’abitacolo dalla madre, ora sotto inchiesta per omicidio stradale, che era andata a prendere le altre due figlie. Indagini in corso anche sui piani di sicurezza della scuola.

A dare l’ultimo saluto a Tommaso sabato a Collemaggio, circa 2.500 le persone, l’intera città stretta intorno al lancinante dolore di papà Patrizio D’Agostino e della mamma Alessia Angelone, e di tutti i parenti e gli amici.

A celebrare il funerale il cardinale Giuseppe Petrocchi, insieme al rettore della Basilica di Collemaggio, don Nunzio Spinelli.

LE PAROLE DI GIUSI FONZI

La mia famiglia avrebbe voluto un funerale privato, ma ci rendiamo conto che il faccino di Tommaso e questa orribile storia hanno coinvolto tutte le mamme, i papà d’Italia e le zie, che hanno scritto numerose. Grazie a tutti per il calore umano e composto che abbiano ricevuto. E ringraziamo anche il Comune che, nella persona del Sindaco Biondi e dei suoi collaboratori, hanno voluto occuparsi degli aspetti organizzativi di questa cerimonia.

Per tutti l’immagine di Tommaso resterà il simbolo di un’assurdità, ma non vorrei che dietro al simbolo sparisse la sostanza intima, quella più autentica che Tommaso incarnava per la nostra famiglia. Perdonatemi, ma è questo che oggi vorrei riprendermi ora. L’intimo, per ciascuno di noi, è più potente dell’universale. Domani il paese tornerà al suo tran tran; il dolore collettivo, come è normale sbiadirà; noi dovremo fare i conti con un dolore che è una lama rovente da ficcarsi nel cuore, da soli. È necessario. Si chiama realizzazione ed elaborazione del lutto.

Una lama che resterà per sempre lì. Tommaso era giocoso, un’esplosione di allegria e curiosità. La sua reazione quando ci vedevamo era sempre festosa, accogliente, calda.

Lui le coccole le faceva anche, non le riceveva solamente. I suoi abbracci, se li chiedevi, non erano mai frettolosi ma generosi, lunghi, densi. La sua bellezza smaccata era arricchita da una grazia interiore che lo rendeva amabile, delicato, docile. Attento agli sguardi e alle emozioni altrui, cercava sempre la comunicazione, il contatto. Non l’ho visto da tutti i bambini, anche se sono tutti sacri.

L’ho visto piangere pochissime volte, sempre per pochi attimi, non era un bimbo capriccioso. Era facile rasserenarlo ma erano belli anche i suoi attimi di vero disappunto che esprimeva con espressioni del corpo e del viso enfatizzante, senza pianto. Aveva una mimica facciale buffa, varia, insolita che esasperava appositamente col suo carattere estroverso, ironico, sempre. Un simpatico mimo.

Appartiene alla razza dei Gentili, sempre più rara e preziosa. Chiedeva ma non si imponeva. Sguardo attento e curioso, sempre in cerca di uno scambio di gioia, di una contrattazione di tempo, di giochi e di attenzioni, ma paziente, educato. Io non so come abbiano fatto Patrizio e Alessia a modellare questo capolavoro.

Ha parlato tardi, ma anche senza parole comunicava lo stesso: ironico ed espressivo, come se si prendesse gioco di noi che anelavamo le sue prime paroline. Ma quando sono arrivate erano perfette e ben scandite, dette con voce velata di miele, senza cantilene dialettali.

E risultava buffissimo e struggente anche questo.

Da quattro giorni provo a ridire di continuo il mio nome come lo diceva lui “za Zuzi!”. Sembrava giapponese ma con un’inflessione all’insù, sempre festosa, sempre col punto esclamativo. Mi scioglieva in un incanto.

Mi risuona nella testa, senza posa, la filastrocca di Wisky il ragnetto cantata con voce dolcissima e intonata. Un canterino, un ballerino sorprendentemente coordinato e armonico. Un futuro musicista di sicuro.

A Natale abbiamo formato una band, io, lui ed un pupazzo e suonato e cantato per tre giorni. Non si stancava mai, anche se non poteva credere che la chitarra si imbracciasse in modo così scomodo. Le dimensioni erano troppo grandi per lui, ma il ritmo era quello giusto. Che avesse orecchio era certo, ripeteva subito a se stesso ogni strana parola che sentiva. E io le buttavo lì apposta.

L’ho goduto poco, per la pandemia, chissà quante cose in più saprebbero dire i genitori e i nonni se ne avessero la forza.

Il giorno prima mi ha accompagnato in una passeggiatina nel giardino di nonna Elfrida per mostrarmi tutte le piantine rifiorite con la primavera. Di qualcuna conosceva anche il nome. Le annaffiava anche lui.

Io le accarezzavo e lui dopo di me, con manine premurose. E pensare che una delle sue primissime paure era stata proprio l’erba. Ritraeva i piedini, non voleva starci sopra. Strane idiosincrasie, come quella per il cibo di colore bianco o la paura dei topi che ridono. Tutto, di Tommi, faceva una comica tenerezza.

Questa piccola bara è un corto circuito di senso. E il grembiulino insanguinato che ho tenuto tra le mani al pronto soccorso lo è ancor di più.

Non è questo il caso delle polemiche, ma so che ognuna delle istituzioni qui presenti si sta interrogando, spero, su come migliorare un mondo sempre mino umano, imbruttito dalla superficialità, dalla fretta, dalla disattenzione.

E spero che si interroghino anche alcuni colleghi giornalisti, solo alcuni, assetati di lacrime, che dando la caccia all’ultimo scoop, dimenticano, a volte, la dignità di questo mestiere.

Mi perdoni Ministro, se approfitto di questa possibilità di interloquire con lei direttamente.

Esulando dai fatti orribili oggi, vorrei farle una richiesta a nome di Tommi, dei suoi amichetti in ospedale, a cui auguriamo pronta guarigione senza conseguenze, e di tutti i Gentili: Lo faccia capire al suo Governo che la scuola è più importante dell’industria e che produce beni comuni più preziosi per il PIL: l’intelligenza, la sensibilità al bello, la competenza. Beni ormai rari in questa società dello spettacolo. Grazie.

Ho sentito centinaia di volte in questi giorni l’espressione “non ci sono parole”. I numerosissimi messaggi, anche da gente sconosciuta di ogni parte d’Italia, cominciavano così. Perdonate la presunzione di aver provato a cercarle. So anche di non esserci riuscita.

L’ho fatto per Tommaso, perché un bimbo speciale non venisse spersonalizzato in una orribile storia di cronaca nera. Ho immaginato tante volte che figo sarebbe diventato il piccolo Tommi. Forse lo pensano tutte le zie dei loro nipoti.

E mi sgomentava pensare lui a 20 anni ed io a 70, lui a 30 e io a 80. Ora mi sgomenta non poterlo più pensare. Evidentemente tanta grazia era al di sopra delle cose umane. Ora quella grazia sarà resa eterna dal tempo rotto di Tommaso. Vivrai così, eterno bambino felice.

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