UN AQUILANO NELLA LIBIA DEL POST-GHEDDAFI, ZINGARELLI: ”ABBANDONATI DAL GOVERNO”

Autore dell'articolo: Pierluigi Biondi

28 Ottobre 2012 10:00

L’AQUILA – “Gli uomini d’affari italiani in Libia sono lasciati soli, il nostro governo non si interessa minimamente alle esigenze delle imprese che investono nel Paese africano, i funzionari dell’ambasciata e dell’Istituto per il commercio estero sono dei burocrati che pensano solo alle loro poltrone e ai privilegi che ne conseguono”.

È un fiume in piena Mauro Zingarelli, general trader aquilano dal fisico imponente (è un ex rugbista) e dal linguaggio coloritissimo che da 35 anni ha assidue frequentazioni con il Nord Africa e il Medio Oriente, con una particolare predilezione per la nazione guidata per 42 anni da Muammar Gheddafi prima della rivolta e dell’uccisione del Rais, avvenuta nell’ottobre del 2011.

Anche se “le cose non è che siano tanto cambiate – come spiega Zingarelli – d’altra parte non è che si possano raddrizzare in pochi mesi le sorti di un posto governato per quattro decenni da un uomo solo e dalla sua famiglia”.

“I nuovi problemi si chiamano delinquenza e tossicodipendenza – aggiunge – circolano armi a bizzeffe, ognuno ha in casa pistole e kalashnikov, e gira una quantità incredibile di droga. Alcuni tra gli ospedali più importanti sono infetti e poi ci sono le vendette personali, le facili epurazioni, sembra l’Italia del dopoguerra”.

“Nonostante ciò – e qui viene fuori lo Zingarelli con il ‘mal d’Africa’ – ce la faranno, si rialzeranno, hanno tante risorse”.

Zingarelli, domani farà il suo ennesimo viaggio in Libia, come è cambiato il Paese dopo l’uccisione del “Colonnello”?

Ci sono grandissimi problemi, com’era prevedibile. Ci vorrebbe la bacchetta magica per rimettere insieme i cocci di una terra che ha passato una guerra civile cruenta e che, per 42 anni, ha visto un uomo solo tenere le redini del governo. L’unica cosa veramente diversa è che prima della rivolta erano tutti amici di Gheddafi, adesso sono diventati tutti rivoluzionari.

Gli italiani che lavorano o investono lì che prospettive hanno?

Nei nostri confronti c’è una grande simpatia, in un primo momento sembrava che i francesi dovessero diventare i nuovi amici dei libici e, invece, dopo pochi mesi se la sono squagliata. Anche se in molti non hanno gradito il voltafaccia del nostro governo: prima abbiamo firmato con loro i trattati di amicizia, poi abbiamo fornito le basi per gli attacchi, quindi siamo addirittura intervenuti. Ma la vera grande questione irrisolta è quella dell’assenza di un qualsiasi appoggio da parte delle istituzioni italiane competenti: all’ambasciata scaldano solo la sedia, sono dei burocrati che pensano unicamente allo stipendio, idem quelli dell’Ice.

Sono andato a parlare con l’addetto commerciale per un contratto che avevo firmato due volte: prima e dopo l’insurrezione, mi è stato risposto gli imprenditori si fanno vivi solo quando hanno qualche problema. Incredibile! È come se andassi dal medico quando scoppio di salute… Intanto i turchi si stanno prendendo ampie fette di mercato.






Gheddafi ha pagato lo scotto dell’ondata delle “primavere arabe” o c’è qualcosa di più tra le cause della sua caduta?

Il vento che ha soffiato nell’Africa settentrionale ha sicuramente influito ma il vero motivo, secondo me, è di natura economica. A gennaio del 2011 ero a Bengasi, erano impegnati in progetti megagalattici, quasi tutta la città dipendeva da quei lavori ma non c’era un soldo, la gente si è cominciata a sollevare ed è esplosa la rivolta. Dopo la storia la conosciamo bene.

Ha mai avuto rapporti diretti con il Rais e la sua cerchia?

Ho intrattenuto relazioni con uno dei suoi figli, Hannibal, il padre non l’ho mai conosciuto direttamente. In generale, però, ho familiarizzato con tantissimi libici, all’Aquila ne saranno passati almeno 7-800 che ho avuto come ospiti. Ho fatto conoscere loro la mia famiglia, un segno di rispetto apprezzatissimo, e quando sono lì mi adeguo alle loro abitudini, non faccio fatica, per esempio, a mangiare il cous-cous con le mani seduto per terra, cosa che un francese o un inglese non farebbe mai. Inoltre so parecchie parolacce nella loro lingua, un bel vaff… in arabo aiuta e ti rende simpatico (ride, ndr).

Qual è la situazione economica del Paese?

Gheddafi aveva arricchito moltissime persone, c’è un’enormità di ceto impiegatizio che lavora alle dipendenze dello Stato: per loro è molto duro il cambiamento. Poi ci sono quelli che hanno fatto soldi a palate depredando le case degli accoliti di Gheddafi o quelle abbandonate dai funzionari petroliferi: in alcune di quaste abitazioni hanno smontato anche i sanitari dei bagni! Al di là di questi aspetti, comunque, la Libia è una nazione piena di risorse, ricostruiranno e si risolleveranno, ne sono sicuro, anche se ci vorrà tanto tempo.

E la politica?

È come in Italia, tutti vogliono farla. Alle elezioni si sono candidati a migliaia. Mentre dal punto di vista della gestione generale della cosa pubblica c’è il problema della centralizzazione dei poteri. La Libia è grande cinque volte la nostra penisola, senza un modello di Stato confederato non si riesce a governare. Rimangono, poi, delle sacche di resistenza di filo-Rais: non ho creduto alle mie orecchie quando ho sentito uno di loro dire che Gheddafi non è morto e che quello ucciso Sirte era uno delle decine di sosia che mandava in giro.

Quanto tempo resterà?

Fino alla metà di dicembre ma rientro per due giorni all’Aquila ai primi di novembre: il mio nipotino compie un anno, di fronte a un’occasione del genere non c’è affare che tenga.

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