PRESIDENTE ARPO E ALLEVATORE NUNZIO MARCELLI SU NORMA CURA ABRUZZO CHE IMPONE RESIDENZIALITA' PER STOPPARE SPECULAZIONI FONDI UE; ''PASSO IN AVANTI, MA PROBLEMA NORME NAZIONALI, OCCORRE REQUISITO DI REALE PRODUZIONE''

UN ASINO IN DIECI ETTARI CHE VALE MILIONI
”LEGGE REGIONE NON FRENA MAFIA PASCOLI”

Autore dell'articolo: Filippo Tronca

5 Maggio 2020 08:30

L’AQUILA – “La nuova norma regionale sulla cosiddetta 'mafia dei pascoli', eviterà l’arrivo di nuovi speculatori, ed è un passo avanti, ma poco può fare per chi è già da tempo insediato sul territorio, che si porta dietro per colpa di una legge nazionale sbagliata, la possibilità concessa per 'diritto divino' di accedere a contributi milionari e soprattutto manca l’aspetto fondamentale, non si vincola l’accesso ai terreni a chi davvero produce carne, latte e formaggio”.

Questo il giudizio sulla nuova norma approvata dalla Regione Abruzzo nel decreto Cura Abruzzo del primo aprile, da parte di Nunzio Marcelli, presidente dell'associazione allevatori Ovino-caprini d'Abruzzo (Arpa).

Allevatore lui stesso, con una laurea in economia in tasca, e che un agriturismo biologico modello alle porte di Anversa degli Abruzzi (L'Aquila), Azienda che dà lavoro a 15 persone, alleva 100 pecore e 300 capre, 12 asini, 40 maiali pascolati in 972 ettari nelle incontaminate montagne della valle del Sagittario, tra Anversa e Scanno. Produce 60 mila litri di latte e 140 quintali di formaggi esportati in mezzo mondo e pluripremiati.

La norma regionale che come prima firmataria Antonietta La Porta della Lega, ha inteso porre un freno al cosiddetto fenomeno della 'mafia dei Pascoli', che ha come protagoniste società con sede un pò in tutta Italia, che anche qui in Abruzzo, fanno incetta di pascoli, affittandoli a costi proibitivi per i locali, oppure intestandoseli con prestanome e società di comodo, solo sulla carta. Non per allevarci davvero animali, produrre carne, latte e formaggi, ma per intascare decine e decine di milioni di euro di aiuti comunitari attraverso l’Agea. Tenuto conto che le imprese che hanno all'attivo produzioni di pregio, possono avere in ogni punto d'Italia, se affittano pascoli, contributi multipli rispetto a tutte le altre, per lo stesso pezzo di terra e per fare la stessa cosa, pascolar bestie. 

Nell’emendamento si fissano nuovi criteri per l’assegnazione dell’uso civico di pascolo: si stabilisce infatti che “terre civiche sono conferite, anche con durata pluriennale, prioritariamente ai soggetti di iscritti nel registro della popolazione residente da almeno 10 anni che abbiano un’azienda con presenza zootecnica, ricoveri per stabulazione invernale e codice di stalla riferito allo stesso territorio comunale o ai comuni limitrofi”.

Un passo avanti anche per Marcelli, che però, assicura, non riesce a mettere al riparo dalle speculazioni che ancora sono possibili a causa della normativa nazionale.

“L’associazione che rappresento – spiega Marcelli – aveva individuato come vera soluzione quella di dare assoluta priorità alle aziende che producono per davvero, che fanno latte, carne, formaggi e così via. Il requisito deve essere la produzione, prima ancora della residenzialità da 10 anni”.

Una differenza non da poco, per chi conosce bene il meccanismo della speculazione, combattendolo da molti anni.

“Allo stato attuale un ettaro ad uso pascolo costa 4 euro in media – spiega l'allevatore -, e la legge nazionale obbliga di garantire un parametro uba, unita bestiame adulto, di 0,1: esemplificando in dieci ettari ci devono pascolare almeno nove pecore, una mucca, un cavallo, ma anche un asino”.





E qui, è il caso di dire, casca l’asino.

“I nostri pascoli non è un caso che si siano riempiti di asini, perché non presuppongono costi di produzione, non devono essere più di tanto accuditi, e possono essere lasciati morire di vecchiaia. Tanto non è da quell'asino che ci si guadagna. E allora accade, anche con le modifiche regionali attuali, che si potrà continuare a far pascolare un asino in dieci ettari, che saranno costati di affitto 120 euro. Ebbene quell’asino può rendere di titoli Agea dai 8 euro a ben 700 euro di fondi pubblici l’anno. Senza produrre nulla, senza benefici per il territorio e per l'economia locale”.

Si dirà, cinicamente: almeno ora questo meccanismo discutibile sarà di giovamento per chi nel territorio vive. Ma per Marcelli anche questo sarà vero fino ad un certo punto.

“Le società che sono venute fare incetta di pascoli in Abruzzo, oramai si sono insediate qui anche da oltre dieci anni, e da questo punto di vista sono a norma. Inoltre alcune hanno prestanomi, è il caso classico del pensionato che ad un certo punto senza mai essersi occupato di zootecnia ha aperto a suo nome, di punto in bianco, un’azienda, e dietro di lui ci sono appunto queste società che gli hanno dato capitali e assistenza tecnica, solo per mettere mano ai titoli disinteressati quasi sempre a fare davvero una produzione zootecnica vera e di qualità”.

Resta intonso, nonostante le buone intenzioni della norma regionale, il vero meccanismo perverso, contenuto nella norma nazionale sul valore variabile dei titoli: ogni azienda si porta dietro “in eredità” un valore del potenziale contributo ad ettaro di pascolo in base a quello che produce o che addirittura ha prodotto in passato.

Ad esempio chi alleva tacchini in pianura padana, o coltiva tabacco sulle colline umbre, produzioni considerate di pregio, ha diritto a prescindere a titoli dal valore di migliaia di euro per lo stesso ettaro di pascolo, in ogni parte d’Italia. Per un pastore vero, o per un normale agricoltore locale, il titolo si abbassa a qualche decina di euro.

“Da qui e solo da qui è partita la corsa all’incetta di terreni incolti dell’Appenino – si accalora Marcelli -, senza vero interesse per l’allevare mucche, pecore o cavalli. La mafia dei pascoli sarà sconfitta per davvero solo se si cambierà la quantificazione predefinita dei titoli, il meccanismo detto del ‘disaccoppiamento’, che di fatto è una illogica rendita di posizione. È assurdo che chi produce tabacco, o che lo abbia fatto in passato, continui ad avere diritto a titoli che arrivano 3 mila euro l’ettaro, e solo per diventare un pastore, per di più virtuale”.

Conclude Marcelli: “per l’impresa di fuori che ha in tasca titoli d’oro potranno continuare a permettersi di acquistare imprese decotte e in crisi. Ma ripeto quasi mai queste società poi creano sviluppo locale e lavoro, ne hanno scarso interesse, a loro basta un asino da far scorrazzare in dieci ettari per essere in regola in regola ed arricchirsi”.

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