“UN NATALE APPANTAFICATO”, L’ABRUZZESE FUORI SEDE RACCONTA: UNA NUOVA STORIA DELLA TRADIZIONE

24 Dicembre 2020 09:34

L’AQUILA – Per la vigilia di Natale, e dopo un anno particolarmente difficile, AbruzzoWeb ha deciso di consegnare carta e penna all’unico “influencer” che non apprezzerebbe questa definizione e che pure, ad oggi,  nonostante le divergenze e le infinite discussioni relegate ai social, sembra essere l’unico in grado di mettere tutti d’accordo. Il racconto di Gino Bucci, L’abruzzese fuori sede. (a.c.)

UN NATALE APPANTAFICATO

“La notte porte cunzije ma nin porte fatije” si ripeteva scettico Antonio Di Antoniantonio, nella notte, mentre il tempo scorreva viscido e l’alba non aveva mai la giusta dose di uazza adatta al consolo.

Erano notti difficili, in quella solitudine abruzzese, così tipicamente abruzzese, di un Abruzzo schivo e silenzioso, antico e umile, spesso timido. E timido era Antonio, intento a fissare il soffitto della sua camera, inseguendo con gli occhi le lucine riflesse degli appicciamenti natalizi comunali, la notte della Vigilia di Natale.

Viveva da solo e aveva troncato ogni rapporto con il parentado; avrebbe passato quel Natale senza il conforto di una parola umana. Se ne dispiaceva, un poco, perché la vita è un’affacciata di finestra e lui lo sapeva, sapeva che è triste chi non ha nulla ma è più triste chi non ha nessuno. Era un solitario, diceva, talmente solitario da voler stare sempre da solo, anche a Natale.

Triste o non triste, Antonio tirava a campare. E tira oggi, tira domani, la sua vita avanzava stando ferma.

Quella sera, dopo essersi abbottato pesantemente di tonno cace e ove (ricetta personale), Antonio si mise a letto. “Lu lette è fatte di rose, se nin ci s’addorme ci s’arepose” si incoraggiò, e provò a dormire. Passarono le ore, tra l’altro anche i minuti, qualcuno sostiene finanche i secondi, il pover’uomo non dormiva.

Alle ore 02.55 finalmente chiuse gli occhi e perse i sensi, sfinito, raggiungendo le buone terre di Morfeo. Certo quel Morfeo aveva molte terre, vasti possedimenti nuvolosi e immensi campi di cotone; Antonio correva felice, indefesso sognatore, fin quando…

Lentamente, paurosamente – no dai, non è possibile, non ci si può credere – aprì gli occhi; fu costretto ad aprire gli occhi: un peso gravava sulla sua pancia impedendogli di respirare.

Sulla pancia di Antonio era posata una figura all’apparenza umana: una donna, forse una donna, una donna che definiresti con difficoltà una donna. L’essere vivente – teoricamente vivente – incrociando lo sguardo spaventato dell’allettato, parlò:

“Ciao, mi chiamo Pantalea Ficarra. Una crasi agricola mi ha reso celebre con il nome di Pantafica, in dialetto Pandafeche, a volte pure Pantafa, poi dipende dalle zone, voglio dire. Sono una mezza strega bruttarella che passa le notti in giro appollaiata sulla pancia della gente, compaio soprattutto quando le persone vanno a dormire dopo aver mangiato Ponzio con tutto Pilato. Ho pochi segreti, in realtà; posso dirti che mi piace contare. Conto di tutto e mi distraggo contando. A volte, in effetti, i più furbi mi lasciano trovare una scopa di saggina con molte setole o un sacchetto pieno di legumi. Ah, che goduria! Io conto le setole o i legumi per tutta la notte e all’alba scompaio senza aver tolto il respiro a nessuno, non sopporto la luce del sole. Tu oggi non avevi predisposto nulla da contare, io ti ho trovato, ora sono qui: è la mia natura. Insomma… Che si dice?”

Antonio Di Antoniantonio non rispose, non chiese alla pantafica di spostarsi; comprese, in un solo lunghissimo istante, di aver smarrito il respiro… non a causa del peso sulla sua pancia.

Quell’apparizione gli aveva tolto il respiro; il suo cuore squacquarellava come la pompa dell’acqua ramata, sentiva sbattere ogni parte del suo corpo, tutto si muoveva mentre lui, paralizzato, fissava le palle degli occhi di quell’essere: si era innamorato.

Pantalea Ficarra scese dal letto e mostrò, nella sua interezza, un aspetto mefistofelico. Aveva degli occhi azzurri d’un azzurro di stoviglia, ma non le stoviglie di gozzaniana memoria, più robetta da mercato, magari abbandonata in un lavello, slavata, trasandata, probabilmente affetta da puzza di vitillegna. Antonio vedeva il mare in quegli occhi.

L’uomo parlò, come solo chi ha l’amore da poco tempo nel petto parla: in dialetto, la lingua del cuore, la lingua madre.

“Statte, ca dumane ci magneme caccose”.

Erano ormai le 04.18, la pantafica si rannicchiò in un cantuccio del letto e attese: nessuno le aveva mai chiesto di restare. Antonio non dormì mai.

Appena un tiepido raggio di sole infilzò il buio della stanza, Pantalea emise un urlo; non poteva esistere di giorno, era una creatura notturna. L’uomo corse e chiuse la serranda: l’oscurità discese salvifica.

Fu mattina e fu colazione, i due novelli coinquilini si ritrovarono in cucina.

“Non ho nulla da offrirti, mo c’ho ripensato; non ho fatto spesa e…” disse Antonio.

“Ci penso io” – rispose la pantafica – “Posso far comparire qualunque cibo tu voglia: prova, chiedimi qualcosa”.

Antonio chiese delle pizzelle, Pantalea non le conosceva.




Antonio chiese delle ferratelle, Pantalea non le conosceva.

Antonio chiese delle neole, Pantalea non le conosceva.

Antonio fornì una descrizione più accurata; si scoprì che Pantalea conosceva quel prodotto con il nome di “cancellate”.

Comparvero 100 pizzelle-ferratelle-neole-cancellate.

“Questo mio potere, devi sapere, è legato al mio comparire. Come ti ho detto, appaio soprattutto alle persone colpevoli di mangiate epocali, quelle che la sera mangiano ottobre con tutto San Martino, per intenderci. Nel tempo, studiando queste persone, ho sviluppato la capacità di far comparire cibo sano. I miei prodotti sono tutti dietetici; se tu mi chiedessi un’immensa torta con pan di spagna, varie creme, cioccolato e alchermes, io farei comparire quella torta con lo stesso gusto classico, ma senza calorie. Sono un’entità buona, in realtà, tra l’altro salgo sulla pancia della gente per sgonfiarla. Nessuno lo ha mai capito, fino ad ora… Scusami sono molto didascalica, lo so… Ma tu… Io… Loro… Ma loro chi? Noi…”

La pantafica abbassò il viso tumefatto; nell’oscurità totale di quella tristissima cucina una lacrima splendente rigò il suo volto rugoso. Antonio ne seguì l’incedere da sopra le sue rimanenti 75 pizzelle-ferratelle-neole-cancellate.

Venne il pranzo, ed era un pranzo di Natale. Pantalea sorrise sghemba, Antonio elencò sicuro.

Montepulciano d’Abruzzo, brodo con il cardone, brodo con la stracciatella e le pallottine, lessi, fritti, timballo, chitarrina con le pallottine, carni arrostite, carni cotte sotto “a lu coppe”, foje fritte e strascinate, calcionetti, celli pieni, sfogliatelle, bocconotti, torrone aquilano, parrozzi, pepatelli, pan dell’orso, pan ducale, ostie, croccanti e infine, quasi un vezzo esotico, un panettone.

“Il panettone non l’ho chiesto, perdonami” fece Antonio.

“Un mio vezzo esotico” sorrise Pantalea.

Mangiarono, come mai uomo e pantafica avevano mangiato: con le mani. Antonio non aveva posate in casa e Pantalea non sapeva farle comparire. Alle ore 18.55 il pranzo era concluso. Mancava qualcosa, lui lo sapeva, c’era un non detto, una sospensione, una mancanza da colmare.

Lei comprese; sul tavolo apparvero delle bottiglie: genziana fatta in casa, centerba, ratafia e svariati amari di montagna. Il volto dell’uomo si illuminò, tutto venne scolato in silenzio.

Si fece sera, ed era la sera Natale. Pantalea e Antonio, seduti sul divano, sfiorandosi i pensieri parlavano senza aprire bocca. Verso le 23.00, accadde.

Antonio si voltò verso Pantalea e scostò il suo atavico cappuccio, una cascata di untissimi capelli apprezzò, dopo secoli, un briciolo di libertà; combinando il pollice e l’indice assestò un pizzicotto, con la mano destra, sulla guancia sinistra della “donna”, e tenne la presa; con la mano sinistra compì la stessa operazione sulla di lei guancia destra. Così posizionato iniziò a protendere le labbra, serrandole. Poi si avvicinò, lentamente, mantenendo la presa.

Un bacio. Un bacio può declinarsi in mille modi. In Abruzzo esiste “lu vasce a pizzichille”, quello era un vero e proprio bacio a pizzichille; colpo finale, esiziale, intoscibile. Antonio ne aveva sentito parlare in una vecchia canzone.

Giunto nei pressi della bocca di Pantalea, attese, sospendendo l’attimo fatale e gustandosi il momento.

Poi affondò, stampando tutto il suo amore sulle labbra di una pantafica.

L’amore non ha bisogno di essere raccontato.

Antonio Di Antonantonio e Pantalea Ficarra trascorsero il Natale più bello della loro vita. Sfortunatamente, la mattina di Santo Stefano, l’uomo – obnubilato dalla felicità, subodorando una bella giornata di sole – spalancò la finestra della sua camera: il sole entrò gagliardo, ospite beffardo.

Pantalea scomparve dal letto ancora caldo.

Aveva dimenticato che le pantafiche scompaiono con la luce solare, Antonio, ma non dimenticò mai Pantalea Ficarra, la quale, ancora oggi, ogni volta che per sua natura sale sulla pancia di una persona, alza gli occhi sperando di incrociare lo sguardo dell’uomo che la baciò, pizzicandole le guance, in quel lontano, indimenticabile, Natale.

FINE

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