UNIVAQ: CONCUSSIONE A PROF TIBERTI, LA ‘SCHEDA’ DEGLI ABITI DI DI ORIO

15 Maggio 2014 18:07

L'Aquila - Cronaca

L’AQUILA – Spunta la scheda della sartoria per gli abiti di lusso dell’ex rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, al processo in corso al tribunale di Roma che lo vede imputato per concussione nei confronti del docente dello stesso ateneo Sergio Tiberti, suo ex amico.

Gli abiti di pregio pagati da Tiberti a Di Orio, secondo la tesi dell’accusa, sarebbero uno dei modi con cui si è concretizzata la richiesta di denaro arrivata fino a 200 mila euro, con la pretesa a Tiberti dell’acquisto di costosi regali, come la macchina per la figlia dell’allora rettore, sotto la minaccia di compromettere in caso contrario la carriera accademia e professionale del docente di Igiene dell’allora facoltà di Medicina.

Secondo quanto si è appreso, il titolare della sartoria Pitulum di Umbertide (Perugia) ha tirato fuori la scheda personale di Di Orio con informazioni, misure e costi, dopo essere stato esaminato come teste dell’accusa dall’avvocato difensore dell’ex rettore, che gli contestava come abiti da 5 mila euro dovessero essere tutti stati acquistati da Tiberti, ricostruzione smentita dal teste.

Sempre per l’accusa hanno sfilato altri due testimoni, docenti dell’Ateneo aquilano, Marco Valenti e Brunello Oliva. Anche loro hanno confermato le tesi del pubblico ministero Giuseppe Deodato.





Al termine l’udienza è stata aggiornata al prossimo 2 ottobre. Sempre secondo quanto si è appreso, il giudice ha ripreso l'ex rettore che masticava un chewingum. (alb.or.)

L’INCHIESTA

La vicenda della presunta concussione si origina quando Tiberti viene nominato responsabile scientifico di uno studio in convenzione tra una grande azienda internazionale e l'Università e da allora, secondo il prof, cominciano le richieste e i versamenti di denaro a Di Orio.

“Oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale”, questa la quantificazione fatta da Tiberti nella sua denuncia del 13 settembre 2009, in cui spiega di aver detto basta nel 2006.

Di Orio si è sempre difeso negando ogni richiesta ed evocando piuttosto l’ipotesi di una ‘vendetta’ del prof.

“Fra noi due, che ci conosciamo e siamo amici da 35 anni – dichiarò al Giornale nel 2010 – è sorto un contrasto su uno studio commissionato da una grande azienda internazionale sulle condizioni di vita dei territori in cui sono presenti le centrali a carbone. Io non ho voluto avallare la tesi che era presente in quello studio di Tiberti, e da lì si sono rotti i rapporti”.





Su questa e simili affermazioni, tra l’altro, c’è stata un’altra querela per diffamazione. L’inchiesta sulla concussione si è sviluppata in oltre 3 anni in modo controverso e con numerosi cambiamenti dei protagonisti inquirenti e giudicanti.

A dare l’avvio a tutto è stato un esposto di Tiberti alla procura della Repubblica dell’Aquila, con l’acquisizione di assegni e la verifica di movimenti di denaro. Successivamente, però, l’indagine è stata trasferita nella Capitale per competenza territoriale dal sostituto procuratore del capoluogo Fabio Picuti.

Una svolta c’è stata nell’ottobre 2010, quando il pm della procura romana Pietro Giordano ha chiesto l’archiviazione per Di Orio al giudice per le indagini preliminari dell’epoca, Maria Teresa Covatta.

A quel punto l’avvocato di Tiberti, Giorgio Tamburrini, ha fatto opposizione ma, poco prima che un altro giudice subentrato nel frattempo, Flavia Costantini, fissasse l’udienza di merito, Giordano è tornato sui suoi passi, revocando la richiesta di archiviazione: una mossa a sorpresa, consentita ma inusuale per un pm.

Quando il sostituto è stato trasferito, il fascicolo è passato di mano a un nuovo pm, Giuseppe Deodato che, però, ha preso una direzione differente, chiedendo il rinvio a giudizio al gup Maddalena Cipriani, che lo ha concesso. In udienza preliminare, i giudici capitolini hanno considerato “fantasiosa” la ricostruzione dioriana dei fatti.

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