”VEDOVA CON 2 BIMBI, DATEMI LAVORO”, APPELLO MOGLIE ALBANESE UCCISO DAI CANI

Autore dell'articolo: Loredana Lombardo

29 Settembre 2018 08:15

L’AQUILA – “Sono una donna sola che non trova lavoro, con due bambini da crescere e a cui spiegare ogni giorno perché il papà è morto. Non ho nemmeno più gli occhi per piangere, ma devo andare avanti per loro. Ma con dignità”.

Le parole pronunciate con grande sofferenza sono da intendere come un grido di dolore ma anche come un appello dignitoso da parte di Mariana Preka, giovane di origini albanesi vedova ad appena 33 anni di Edmond Preka, muratore albanese di 36 anni, morto a causa di una tragedia improvvisa, terribile, drammatica e difficile da elaborare.

L'8 marzo scorso il giovane, addetto dell’edilizia nel cantiere più grande d’Europa, molto stimato e rispettato sia fuori e all’interno del mondo del lavoro, sarebbe stato aggredito, nella frazione aquilana di Paganica, da tre cani Corsi, mentre tornava a piedi a casa, di notte lungo una strada di campagna.

In base alla ricostruzione della Procura, l'uomo sarebbe stato inseguito e aggredito dai cani, avrebbe tentato di difendersi ma, ormai sopraffatto, sarebbe finito, sbattendo la testa, nel ruscello, dove è annegato.

Per la sua morte sono imputate due persone, Gianluca De Paulis e Sara Galeassi, rispettivamente di 42 e 31 anni, proprietari dei cani e vicini di casa della coppia in un alloggio antisismico del Progetto C.a.s.e. di Paganica 2.

Per i due, che sono difesi dall'avvocato Alessandro De Paulis, il giudice per le indagini preliminari ha disposto il giudizio immediato. L’udienza è stata fissata per il prossimo 31 gennaio.

I proprietari degli animali sarebbero responsabili “perché in concorso tra di loro, per colpa, consistente in negligenza e imprudenza, cagionarono la morte di Edmond Preka”, l’ipotesi di reato è cooperazione in omicidio colposo.

Oggi in quella casa ci sono solo Mariana e i suoi due figli, due bambini, un maschietto di 8 anni, e una femminuccia di 5.

Marina è circondata dai ricordi, dalle foto che li ritraggono tutti insieme, felici e innamorati. E dai tanti disegni dei due bimbi, che sperano che il papà possa vedere.

Da quel terribile 8 marzo sono passati sette mesi: e la giovane donna ha deciso di affidare ad AbruzzoWeb la sua testimonianza, a tratti davvero toccante, tesa non solo a raccontare la sua drammatica vicenda ma soprattutto a chiedere, con dignità, la possibilità di lavorare per far crescere i suoi “due gioielli”.

“Devo dire – spiega – che senza l'affetto disinteressato di tanta gente non ce l'avremmo fatta. I nostri figli hanno saputo tutto fin da subito, sono molto svegli, il maschietto lo ha letto dai giornali, ne hanno parlato anche a scuola. Mi chiedono con insistenza perché, piangono, la piccola si dispera, io non so che cosa rispondere. Mi sveglio nel cuore della notte ancora adesso pensando che sia un incubo, poi vedo il suo posto vuoto, i suoi vestiti ancora nell'armadio. Li prendo e cerco il suo profumo, qualcosa che me lo faccia sentire più vicino”.

Una comunità intera cerca dunque di aiutare questa famiglia “spezzata”, ma Mariana non vuole vivere “alle spalle degli altri. Io vorrei un lavoro, semplice, decoroso che mi consenta di far crescere e studiare i miei due bambini”.

Il lavoro però non arriva nonostante la continua ricerca.

“A volte mi sembra di chiedere la luna – chiarisce con amarezza la giovane donna -. So fare tante cose, ho lavorato nei bar, nei ristoranti, ho fatto le pulizie nelle case e negli alberghi, ma oggi sembra che per me non ci sia spazio”.





Del resto, in Italia non ha nessuno: i genitori non ci sono più, il padre non lo ha mai conosciuto, essendo morto che non aveva nemmeno un anno. E undici anni fa è scomparsa anche la madre.

Certo, ci sarebbero le cinque sorelle e i due fratelli, ma vivono tutti in Albania e soprattutto non possono aiutarla se non moralmente, alle prese anche loro con le difficoltà del quotidiano.

“Ci amiamo profondamente, li sento nel mio cuore, ma non ho pensato di tornare nella mia terra, perché io e mio marito avevamo deciso che saremmo rimasti qui all'Aquila. L'amore per le nostre origini non si è mai spento, però noi non siamo fuggiti dall'Albania, speravamo solo di stare meglio in questa città”.

Mariana aveva conosciuto il suo amato Edmond, quando erano giovanissimi, racconta.

“Avevamo 18 anni io e 20 lui, era bello come un principe, buono e di sani principi. Venne a chiedere la mia mano a mia madre, così come si usava e si usa ancora in Albania. Siamo venuti in Italia appena sposati e siamo andati in Toscana, a Massa Carrara, dove Edmond ha iniziato a lavorare in un’impresa edile grazie ad alcuni suoi familiari che si erano stabiliti in quella zona da tempo”.

L'impresa è poi fallita, a quel punto Edmond ha provato a trovare lavoro, sempre nell'edilizia, nei cantieri della ricostruzione post-sisma dell'Aquila.

“Era bravo, onesto e molto veloce, ha trovato subito qualcosa. Ad aiutarci era stata sua sorella, che aveva sposato un italiano e viveva all’Aquila. Io all'epoca lavoravo, facevo le pulizie, poi sono arrivati i bambini e ho condiviso la scelta di mio marito di restare a casa, così come lui voleva, per accudirli in prima persona”.

Anni non semplici, “ma eravamo in due e tutto sembrava superabile. Oggi mi sveglio e vado avanti solo per i nostri gioielli. La domanda è sempre la stessa, 'perché?', ma nessuno può rispondere. Certo, intorno a me la vita è ricominciata e anche io inevitabilmente cerco di andare avanti, ma tante volte il vuoto che ho dentro prende il sopravvento”.

“Edmond era buonissimo e ha fatto una fine terribile. Un marito esemplare, un padre straordinario, passava tutto il tempo libero con loro, li portava fuori, si privava di qualunque cosa per il nostro benessere. Lo conoscevo bene, avrà sicuramente avuto paura di quei cani, talmente tanta da non saper gestire l'aggressione”, aggiunge Mariana mentre guarda i suoi figli.

“Gabriele scrive dei biglietti per il suo papà, per portarli in Albania quando andremo a trovarlo. Oggi non abbiamo una tomba su cui piangere, ma so di aver fatto la scelta giusta. Edmond riposa nella terra che amava tanto, accanto a suo padre e ai miei genitori”.

Il 31 gennaio comincerà il processo e spera di avere almeno giustizia.

“Non voglio vendetta – tiene a precisare – ma ciò che è giusto, anche perché da quelle persone non ho avuto una parola di conforto o un cenno di scuse. Oltre al danno anche la beffa, perché nei giorni successivi alla tragedia abbiamo sentito anche molti pettegolezzi che mi hanno fatto molto male”.

“Edmond era veramente una persona speciale, così lo ricordano tutti quelli che lo hanno conosciuto, rispettava amici, parenti, mi faceva sentire la sua regina. Questo dolore non passerà mai, ma andare avanti e far crescere i nostri figli sarà come tenere viva la sua memoria. Sono certa che vuole vederci sereni”, conclude commossa.

Commenti da Facebook

RIPRODUZIONE RISERVATA

Download in PDF©






Ti potrebbe interessare:


Gli articoli più letti in queste ore:

Do NOT follow this link or you will be banned from the site!