PIANO PANDEMICO NAZIONALE MAI ATTUATO,
D’AMARIO ANCORA NELL’OCCHIO DEL CICLONE

27 Novembre 2020 08:09

L’AQUILA – Un Piano pandemico nazionale fermo al 2006 e mai attuato, che pure avrebbe rappresentato uno strumento che poteva evitare le conseguenze drammatiche del coronavirus che in Italia ha fatto finora 52.85 morti, di cui 851 in Abruzzo. Uno studio di febbraio, realizzato prima che esplodesse la pandemia che per l’Italia prevedeva, quasi come una profezia, 70 mila morti, consegnato all’Istituto superiore della sanità e al comitato tecnico-scientifico del governo, che non è chiaro se sia stato alla base di un nuovo Piano fatto in fretta e in furia, in ogni caso ignorato.

A far luce, ancora una volta, sulle modalità con cui il Paese è arrivato ad affrontare la pandemia, la trasmissione di Rai Tre Report condotta da Sigfrido Ranucci: a finire dell’occhio del ciclone di una inchiesta a più puntate, su entrambe le specifiche vicende è stato l’attuale capo del Dipartimento Salute della Regione Abruzzo, Claudio D’Amario, nella sua veste di direttore della prevenzione del ministero della Salute da ottobre 2017,  succedendo a Ranieri Guerra, ora direttore aggiunto dell’Oms. Carica rivestita dall’ex dg della Asl di Pescara, fino a dicembre del 2019. Poi a gennaio di quest’anno, è stato nominato dal presidente della Regione, Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia, capo dipartimento Salute, ma rimasto a Roma fino alla fine di aprile per il ruolo importante nella task force costituita proprio sul fronte dell’emergenza coronavirus. Il manager, pur di tornare nella sua terra, ha rinunciato ad una parte importante degli emolumenti ed ora è l’uomo forte della sanità abruzzese alle prese con una impennata di contagi, soprattutto in provincia dell’Aquila e di Teramo. E che ora sarà in prima linea per organizzare la macchina di stoccaggio e distribuzione dei vaccini anti-covid a partire da metà gennaio.

Spettava anche a Guerra e D’Amario, e ai loro predecessori, sostiene Report, far sì che il Piano avesse un aggiornamento sia a livello nazionale che nelle singole regioni. E anche di prendere in considerazione lo studio di febbraio, per quanto riguarda il componente del comitato tecnico scientifico D’Amario.

“Io mi sono occupato del piano pandemico al mio arrivo al ministero con una serie di riunioni e interventi che sono agli atti. Ma per aggiornare un Piano pandemico ci vuole molto tempo, io rispondo di quelle che sono le mie competenze e professionalità”, è stata la risposta di D’Amario all’inviato che lo ha incalzato con un fuoco di fila di domande.

Il documento come ha già illustrato anche Abruzzoweb, è rimasto sulla carta, datato 2006, poi aggiornato ma sostanzialmente con un “copia e incolla” nel 2018, con D’Amario direttore al ministero.

Eppure in quelle pagine c’erano tutti gli strumenti per prepararsi ad un’ipotetica epidemia, già all’epoca considerata evenienza per nulla remota, in primis dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il piano ad ogni singolo sistema regionale imponeva di preparare a reperire nel più breve tempo possibile macchinari, medicinali ad hoc e dispositivi di protezione individuali, in numero sufficiente in base ad un fabbisogno prudenziale, e ancora “l’adeguamento strutturale di una serie in rete di strutture sanitarie a capillare diffusione sul territorio regionale per l’esecuzione di triage separato in sicurezza”, “la presa in carico per gli individui con sospetto di infezioni trasmissibili per via aerea”, nelle strutture di triage “l’implementazione di altrettanti punti di diagnosi precoce radiologica”, “la diagnosi microbiologica rapida per Tbc e meningite batterica, per favorire la presa in carico precoce ed adeguata di questi pazienti”. E molto altro.

Anche il piano abruzzese è rimasto sulla carta, approvato a giugno 2016 dall’ex presidente della Regione e ora senatore del Partito democratico e presidente della Commissione Tesoro e Finanze, Luciano D’Alfonso, ai tempi commissario ad acta della Sanità, poi più volte prorogato. Ma mai diventato operativo anche perché a mancare erano le linee guida del governo, ovvero il “documento madre”, il piano pandemico nazionale.

Alla domanda del giornalista “eravamo impreparati su tutto, non avevamo mascherine, non avevamo reagenti per i tamponi, perché non avete agito per tempo?”, D’Amario ha risposto: “la produzione dei test diagnostici non è competenza del ministero, né di una singola nazione”. E ha aggiunto, “non è che i piani pandemici scadono, non sono yogurt. Il covid 19 è una malattia che non si conosceva, per la quale c’è stato bisogno di fare approfondimento e conoscenza clinica”.

Sulla carenza di mascherina, D’Amario ha tenuto a sottolineare: “sono dispositivi che scadono, non possono essere stoccati per un lungo periodo, vengono acquistate nelle farmacie e nelle strutture logistiche regionali, non dobbiamo dimenticare che c’è ancora il titolo V in Italia, che ha complicato le cose, perché occorre un confronto e una negoziazione con le Regioni”.

In una ulteriore puntata, Report però cita un verbale del 27 aprile il coordinatore del Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo in cui  ha affermato che questo piano non c’è mai stato.

“Quanto viene definito Piano nazionale sanitario in risposta a un’eventuale emergenza pandemica da Covid-19, è più correttamente da configurarsi come uno studio che ipotizza possibili differenti scenari della diffusione epidemica di SARS-CoV-2”.




Miozzo non ha inteso rispondere nel merito all’inviato di Report, “non ho l’autorizzazione del ministero”, ha spiegato.

A dire che di Piano si trattava, a detta di Report, le parole di un componente dell’attuale comitato tecnico scientifico, di cui anche D’Amario ha fatto parte, che ha parlato sotto anonimato.

“La prima cosa che ci siamo chiesti è da dove partire per organizzare una risposta efficace all’emergenza, e abbiamo preso in mano il piano pandemico. Ma si è rivelato del tutto inutile, lo abbiamo gettato nel cestino, non c’era nessuna indicazione operativa, concreta. E questo fatto il Paese lo ha pagato molto caro”, ha spiegato.

C’è poi lo strano caso dello studio  realizzato da un ricercatore, Stefano Merler, della Fondazione Kessler, prima dell’esplosione in Italia della pandemia, che analizzando la diffusione del virus in Cina ha ipotizzato tre scenari che riguardavano il nostro Paese: nel peggiore degli scenari contava già allora 35mila ai 70mila morti. “Alla luce dei dati emersi oggi più che uno scenario sembra una triste profezia”, ha commentato Report.

“Quello scenario è stato consegnato nelle mani dell’Istituto superiore della Sanità – ha spiegato ancora Report – che coinvolse immediatamente il comitato tecnico-scientifico, il quale sviluppò quello che sarebbe potuto accadere nel nostro Paese nel giro di un anno: si ipotizzavano addirittura tre milioni di contagi, 200mila terapie intensive con picchi di 42mila occupate contemporaneamente, quando noi ne avevamo  circa 6mila”.

Di fatto la base per un nuovo piano di programmazione delle azioni da intraprendere. Su cui però aleggia il mistero.

Se Raineri Guerra non risponde alla domanda se questo nuovo piano esisteva o meno, D’Amario ha affermato nell’intervista che “il Piano anti covid è maturato in seguito alle osservazioni dei modelli matematici elaborati dagli esperti, messo in piedi in poco tempo, un piano di programmazione, che ognuno di noi ha recepito e validato, e che è stato messo a disposizione della politica. Ricordo che noi siamo solo tecnici”.

Per Report, in concreto, “di piano non si è trattato, ma è rimasto uno scenario di rischio che non poteva sedimentarsi in puntuale protocollo d’azione”. Visto che, come spesso avviene in Italia, si era oramai in piena emergenza e si è agito giorno dopo giorno, trovando di volta in volta le soluzioni e le risposte ad una catastrofe che ha messo in ginocchio il Paese,  i cui effetti, con una programmazione preventiva e seria, poteva essere meno drammatica.

 

 

 

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