REGIONALI: FLOP M5S, BASE IN FERMENTO, MINE SU CAMPO LARGO, “BASTA ALLEANZE”

14 Marzo 2024 08:52

Regione - Politica

L’AQUILA – “Quando non corriamo da soli, veniamo penalizzati dagli elettori”. Il laconico commento della senatrice abruzzese Gabriella Di Girolamo riassume il dilemma dei pentastellati e rappresenta di fatto una mina lanciata sul campo largo.

Il partito dell’ex presidente del consiglio Giuseppe Conte,  personalmente presente come non mai in campagna elettorale, ha preso infatti una indiscutibile mazzata: 40.629 voti, in tutto l’Abruzzo, pari al 7,01%, un risultato lontano anni luce rispetto alle regionali del 2019, 118.287 voti, pari  19,7%, che valse ben sette consiglieri. Certo, un altra epoca politica, ma il crollo si è registrato anche rispetto alle politiche del settembre 2022, quando M5s prese 115.336 voti, pari al 18,4%, presso un elettorato spinto sostanzialmente dal voto di opinione, non potendo contare il partito su eletti che muovono le leve del potere e gestiscono flussi del denaro pubblico, né di ras delle preferenze nel territorio e nelle amministrazioni locali.

Alla fine dei conti, M5s riporta in consiglio due soli consiglieri, nel collegio di Pescara, la consigliera comunale Erika Alessandrini, con 2.463 voti, e in provincia di Chieti, il capogruppo uscente Francesco Taglieri, con 2.178 voti.

Davanti a questi risultati, l’ex sottosegretario ai rapporti con il Parlamento, Gianluca Castaldi, ha rassegnato le dimissioni,  ma non basterà certo il suo passo indietro a riportare il sereno in casa pentastellata, e a risolvere problemi ben più profondi.

Non è ora solo la base ad osservare che la differenza tra le regionali del 2019 e le politiche del 2022, rispetto alle regionali di domenica, è che il Movimento 5 stelle allora era andato da solo, fedele alla linea delle origini. Ergo, il campo largo per il movimento rischia di diventare un campo santo, perché tanti elettori di alleanze con il Pd non  ne vogliono sapere, e figuriamoci con Azione di Carlo Calenda e Italia viva di Matteo Renzi, i cui programmi in molti punti sono lontani anni luce rispetto a quello marcatamente ambientalista dei pentastellati, si pensi ad esempio, in Abruzzo, sulla realizzazione del metanodotto Snam e sulla realizzazione di altre grandi infrastrutture, per non parlare delle posizioni in politica estera, e rispetto a cavalli di battaglia M5s come il reddito di cittadinanza.





E nel serrato dibattito che si è scatenato in queste ore sui social si registra uno scollamento tra quello che pensa la base, e la linea, pragmatica, dei vertici, a cominciare da Conte e da buona parte dei parlamentari, ovvero quella di dover per forza di cose allearsi almeno con il Partito democratico, se si vuole avere una speranza di battere il centrodestra alle elezioni regionali, come pure in quelle nazionali, dove non è previsto il ballottaggio. Scelte diverse si possono fare alle Europee e alle comunali, semmai.

Ma resta in ogni caso il problema di trovare una intesa con Azione e Italia viva, che anche nell’esperimento abruzzese ha avuto i suoi problemi. Lo stesso Conte, commentando la vittoria della pentastellata Alessandra Todde in Sardegna, aveva affermato che  “in Abruzzo non siamo alleati con Renzi e Calenda. Sono forze civiche con candidati che si rifanno a loro”, quasi a prendere le distanze, e creando non poi imbarazzi nella coalizione di Luciano D’Amico, visto che Azione e Italia viva nel campo larghissimo c’erano eccome, Azione con il suo simbolo, Italia viva  alleata con il Psi, nella lista “Riformisti e civici”, schierando anche un buon numero di dirigenti, tesserati e amministratori dei due partiti.

Ed ecco solo alcuni commenti degli elettori alle dichiarazioni post voto del loro leader: “Giuseppe Conte, ancora lei non ha capito una mazza. Il Movimento Cinque Stelle non è nato per fare alleanze con i vecchi partiti, questo stile nuovo è nato con lei e a lei si devono i risultati scadenti”, “Presidente lei sa benissimo che la base non è andata a votare perché non accetta più le accozzaglie”, “Un’altra caduta libera. Basta col campo largo, bisogna tornare a parlare a tutti”. “Lontani da Renzi e Calenda! Se il Pd vuole un dialogo, chiuda la porta a quelle sciagure! E basta”.

Ha invece commentato laconicamente Conte all’indomani della sconfitta, “registriamo il risultato modesto del M5s, e questo ci spinge a lavorare con sempre più forza sul nostro progetto di radicamento nei territori, per convincere a impegnarsi e a partecipare soprattutto i troppi cittadini che non votano più. Dobbiamo farlo sulla scia della vittoria ottenuta in Sardegna, che ci ha portato qualche giorno fa ad eleggere la prima Presidente di Regione M5S della storia, Alessandra Todde. Un segnale da cui ripartire”.

Di fatto Conte tiene la barra dritta sull’alleanza con il Pd, anche se non a tutti i costi, e dipende dai candidati.

Toccando nello stesso tempo un altro problema grosso come una casa e mai risolto, quello del “radicamento” sul territorio.





M5s in Abruzzo ha solo una manciata di amministratori, che possano fare da catalizzatori del voto, garantire una visibilità politica e far radicare il movimento sul territorio.

Per di più la regola che impedisce di ricandidarsi alle regionali a chi ha fatto già due mandati in Parlamento e consiglio regionale, scegliendo nuovi candidati tra “illustri sconosciuti”, con le primarie on line, si rivela di fatto perdente, perché porta al presentare liste oggettivamente poco competitive, nonostante il valore e le competenze dei singoli, rispetto alle liste degli altri partiti, farcite di big del consenso, in politica da decenni e che hanno ben coltivato i rispettivi collegi elettorali.

A non potersi ricandidare a questo giro, per questa ragione, è stato ad esempio Pietro Smargiassi, che nel 2019 aveva preso oltre 3.300 voti, lo stesso Castaldi, due volte in parlamento. Non si sarebbe potuta in ogni caso ricandidare Sara Marcozzi, due volte candidata presidente di Regione, che è passato però a Fi, soprattutto Domenico Pettinari, che anche questo motivo ha deciso di lasciare M5s, oltre che per la contrarietà ad ogni alleanza. Quel Pettinari che però radicato sul territorio, la sua Pescara, lo è davvero, e che alle regionali del 2019 è stato il più votato in assoluto, con 9.563 preferenze, e che ora si candiderà a sindaco come civico alle comunali di Pescara di giugno, alla faccia delle campo largo.

Mentre a questo giro, i candidati messi in campo non hanno certo sfondato. In provincia dell’Aquila i due più votati, Giorgio Fedele e Attilio D’Andrea, non a caso rispettivamente consigliere regionale uscente, e consigliere comunale a Sulmona, hanno preso 1.790 e 1.345, ma per il resto i risultati sono stati modesti.

A Chieti dietro il rieletto Taglieri, nessun candidato ha superato i 1.200 voti, a Pescara dietro l’eletta Alessandrini e l’uscente Barbara Stella, 1.861 voti, tutti gli altri candidati sono rimasti sotto le 630 preferenze, a Teramo la prima è stata Rosaria Ciancaione, 1.852 voti, e nella sua Roseto M5s ha preso un ottimo 12,6%, ma per il resto le liste non hanno tirato.

E commenta ancora dunque ora Castaldi, ora che non è più coordinatore: “Posso capire e sono d’accordo con le regole dei mandati per il parlamento, ma nelle elezioni locali questa formula non paga. Peraltro con le preferenze è proprio l’elettore che può scegliere se dare continuità o meno all’azione politica territoriale di un soggetto politico. Molti di noi hanno avuto esperienze di governo e si sono costruite relazioni istituzionali preziose, ma questo valore aggiunto non arriva sui territori. Poi, certo, ci sono le questioni personali e politiche individuali, ma è un altro discorso. Qui in Abruzzo abbiamo sempre saputo di avere delle basse percentuali alle amministrative, come in tutta Italia ma se poi non vengono riproposte quelle figure che ormai sono conosciute e che hanno credibilità, i voti si perdono ancora di più”. Filippo Tronca

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