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FOTOGRAFIA: L'AQUILANO MARCO SALUSTRO VINCE
IL RORY AWARDS, ''IO IN LIBIA RACCONTANDO I DANNATI''

Pubblicazione: 20 febbraio 2017 alle ore 07:00

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L'AQUILA -"Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato".

Una citazione di Ansel Adams, fotografo americano del secolo scorso di fama mondiale, che ben si addice all'aquilano Marco Salustro, 38 anni, fotogiornalista.

Un filmmaker la cui passione, diventata poi una professione, lo ha portato non solo all'estero con la sua digitale al collo, ma a vincere una serie di prestigiosi premi di settore tra cui l'ultimo Rory Peck Award con il documentario Libya’s migrant trade.

"Ho sempre scattato foto - racconta Marco ad AbruzzoWeb - fino a capire che poteva essere un modo per vedere e raccontare la storia mentre accade e farne anche una professione".

Ha vissuto all'Aquila fino al diploma per poi cercare la sua strada altrove, adesso abita di nuovo nel capoluogo , facendo la spola  con una serie di Paesi 'caldi', zone a rischio, quali appunto la Libia dove passa molto tempo raccontando la triste quotidianità.

Ha lavorato in Italia, Iran, India, Brasile, Perù, Colombia, Thailandia, Burma, Tunisia, Libia, Venezuela, Egitto Armenia, Somalia, Malawi,  Niger  e Iraq. Da queste collaborazioni, sono nati dei progetti che lo hanno portato a vincere dei premi di settore.

Non solo, vanta anche publicazioni sulle più importanti riviste del mondo, da Vanity Fair Italia a Le Figaro, Paris Match, Guardian, Daily Telegraph, Los Angeles Times, Le Monde, De Standaard. Scatti raccolti anche in un sito (www.marcosalustro.com) dove, oltre alle immagini prese da tutto il mondo, non ha dimenticato di immortalare la sua L'Aquila.

Ha un desiderio, continuare a raccontare della Libia in tutte le sue sfaccettaure. "Lybia’s migran trade è il secondo lavoro sulla questione della migrazione - racconta ancora - nel 2014, ne feci un altro, molto simile, che arrivò in finale al Dig Award".

Il Dig award è un premio internazionale che si tiene a Riccione, dedicato al giornalismo d'inchiesta, nato dall'esperienza del riconoscimento giornalistico 'Ilaria Alpi', dedicato alla memoria dellla videoreporter uccisa in circostanze misteriose a 33 anni in Somalia, dove si trovava come inviata per seguire un'indagine sul traffico d'armi e i rifiuti tossici.

"La prima volta che sono arrivato in Libia - spiega ancora - è stato nel pieno della guerra civile con Muammar Gheddafi ancora in carica. Ho coperto entrambi le parti in conflitto lavorando a Tripoli con le autorità del regime durante i bombardamenti Nato e, in seguito, con i ribelli seguendoli dalle montagne del Jebel Nafusa fino alla presa di Tripoli".

Momenti delicati per la storia non solo di un Paese ma del mondo intero, che hanno spinto Marco a voler tornarci anche dopo, per raccontare e documentare la situazione dei tanti civili che strozzati dalle difficili condizioni locali hanno tentato la fortuna per mare.

È proprio il fenomeno della migrazione post Gheddafi, tema caldo in tutta l'Europa, il suo leitmotiv ricorrente. Analizzare, riprendere, portare a conoscenza, cogliere le sfumature di questa gente raccogliendo in un'immagine brandelli di vita e di speranza.

"Quello che a me interessava era rispondere alla domanda sul perché continuassero a passare il mare pur sapendo che potevano morire - spiega - Volevo avere e dare risposte, dare voce al progetto migratorio come progetto di vita, paradossalmente non hanno scelta, una volta che sei in Libia è meno pericoloso passare il mare con i gommoni che rimanerci".

"I tg riprendono questi arrivi presentando questa gente male in arnese come i protagonisti di Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola - prosegue - La storia umana straordinaria che c'è dietro non viene fuori, è un servizio messo lì quasi a rovinare l'ora dei pasti del telespettatore medio".

Nonostante Marco abbia avuto a che fare con gli aspetti più terribili dell'animo e del genere umano, gli riesce difficile parlare, scrivere, raccontare attraverso le immagini il 'suo terremoto', quello che ha spezzato L'Aquila nel 2009 e negli anni a seguire.

"Ho lavorato pochissimo con il sisma perché non mi viene facile - ammette - mi coinvolge troppo e non ho il distacco necessario per fare un lavoro senza carichi emotivi eccessivi".

In ogni caso, come visibile anche nel suo sito, ne esce un quadro toccante e meraviglioso della sua città, mutilata, sicuramente ferita, ma con un cuore pulsante che desidera vivere.

"Penso di tornare in Libia a breve - conclude - magari spaziando su altre tematiche e analizzare altri aspetti di questo popolo che ha attraversato un periodo molto difficile, cercando con i miei scatti di raccontare ancora storie e momenti di vita".

Le foto di Salustro, sono raccolte sul suo sito http://www.marcosalustro.com/ .



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