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INTERVISTA A VALERIA GIANNANTONIO (UNIVERSITA' CHIETI-PESCARA), CONTROCORRENTE RISPETTO A STORY TELLING CELEBRAZIONI GRANDE POETA ABRUZZESE; ''FU PRECURSORE DEL FASCISMO, E QUELLA FIUMANA NON E' STATA ESPERIENZA LIBERTARIA, MA LIBERTINA''

D'ANNUNZIO E FIUME: DOCENTE, 'SU COSCIENZA DEL VATE, INUTILE MASSACRO DELLA GUERRA'

Pubblicazione: 23 ottobre 2019 alle ore 17:59

PESCARA - "D'Annunzio è stato un precursore del fascismo, del suo immaginario, dei suoi simboli, e ha avuto una pesante responsabilità nell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale, di 600 mila persone morte inutilmente, della drammatica lacerazione del Paese".
 
Nelle parole di Valeria Giannantonio, docente di Letteratura italiana presso l'Università Gabriele D'Annunzio, emergono gli aspetti più controversi della figura del poeta pescarese, esaltato come non mai, nella sua città natale, in occasione della Festa della Rivoluzione, kermesse organizzata dal 7 al 15 settembre, dalla presidenza del Consiglio regionale e dal Comune del capoluogo adriatico, "per rendere omaggio alla conquista di Fiume", capitanata proprio dal vate definito, nello story telling dell’evento, il "più grande innovatore dei costumi, dell'arte, della poesia e del teatro che in quel periodo storico il mondo ha avuto", "impropriamente, e ideologicamente, accostato al fascismo".

Diverso è l’approccio, e non poteva essere altrimenti, con cui l’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi), affronterà la figura umana, politica e artistica del poeta pescarese. Il 24 ottobre, con la presentazione del libro di Enrico Serventi Longhi, "Il faro del mondo nuovo, D'Annunzio e i legionari a Fiume tra guerra e rivoluzione”. A cui seguirà, il 25 ottobre, la presentazione del libro di Giuseppe Lorentini, “L'ozio coatto storia del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)”.

Evento organizzato di fatto in contrapposizione a quello promosso dal Consiglio regionale, finito anche al centro di qualche polemica, per costi e modalità di affidamento degli incarichi. Un costo di 150 mila euro, in cui spiccano tra le voci, i 39.850 euro a Pomilio Blumm, per il piano di comunicazione, più 20 mila euro alla collegata Blummfor, per il piano di comunicazione sui social, i 12 mila euro a Vittorio Sgarbi, gli 11 mila a Giordano Bruno Guerri per la direzione artistica, i 25 mila euro a Edoardo Sylos Labini.

Il principale promotore dell'iniziativa, il presidente del consiglio regionale, Lorenzo Sospiri di Forza Italia, ha però, evidenziato, numeri alla mano, l'indubbio successo dell'evento, con migliaia di presenze, grande visibilità nazionale, scandiata da 30 iniziative in 10 giorni, "con una spesa dunque di 5-6mila euro al giorno, inclusi i piani della sicurezza e l'Iva".

Tra le relatrici dei due convegni, anche la professoressa Giannantonio, che a D'Annunzio ha dedicato anni studi e pubblicazioni, da ultimo, "Le autobiografie della Grande guerra. La scrittura del ricordo e della lontananza". Un capitolo è dedicato proprio al Vate, a partire dalla sua "fuga" in Francia, nel 1910, inseguito dai debitori, e dopo che la sua fama si era offuscata, e dove aderì all'Associazione nazionalista Italiana fondata da Enrico Corradini, cominciando ad inneggiare alla politica di potenza, al superomismo, al ruolo imperiale e colonialista che l'Italia doveva riconquistare, opponendosi con violenza ai fautori "dell'Italietta meschina e pacifista". Prodromi del suo interventismo, che si dispiegò con il suo ritorno in Italia nel 1915.

Nel libro si offre sopratutto una lettura innovativa del Notturno, capolavoro letterario di D'Annunzio, iniziato a scrivere a Venezia nel 1916, mentre il poeta era costretto all'immobilità e alla cecità, per via di un grave incidente aereo, durante il conflitto bellico.

"La prima considerazione da fare - spiega ad Abruzzoweb Giannantonio - è che la fase del suo attivismo politico, ha offuscato l'attività letteraria. L'unica opera che viene fuori dall'esperienza bellica e dalla presa di Fiume, è appunto il Notturno, che D'Annunzio pubblica nel 1921, e a cui ho dato un'interpretazione diversa rispetto a quella della critica tradizionale. E' stato definito un testo intimista, che viene fuori dall'interruzione coatta dell'attività politica e bellica. Si è detto che lì comincia l'ultimo D’Annunzio, che porterà nel 1935 al Libro segreto, quello si del declino e della sensazione della morte. Io invece nel Notturno ci ho colto molta vitalità, è stato solo un momento in cui il 'combattente' si è dato una calmata, suo malgrado, e ha fatto un bilancio prima di tutto politico, confermando tutto tutto il suo armamentario retorico nazionalista, la sua ideologia bellicista, il suo culto della morte eroica".

Il testo di Giannantonio si inquadra anche in quella lettura, che ha molti altri autorevoli sostenitori, secondo la quale tra D’Annunzio e il fascismo c’è un nesso molto stretto e di continuità: fu il Vate a confezionarne l’immaginario, la propaganda, i simboli, con una potenza comunicativa e mediatica, senz'altro efficacissima. Un rapporto di vicinanza che si mantenne anche con il consolidarsi del regime, con il Duce che lo ricoprì d'onori e di prebende, consentendogli di vivere nel lusso sfrenato, ma tenendolo sotto stretta sorveglianza, e ai margini della vita politica e culturale, temendone la popolarità, e non sopportando nessuno che anche potenzialmente in grado di fargli ombra. 

D'Annunzio, va però ricordato, si oppose all'avvicinamento dell'Italia fascista al regime nazista, bollando Adolf Hitler, come "pagliaccio feroce", "ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot", "Attila imbianchino".

"Non c’è dubbio che il nesso è molto stretto - conferma la studiosa - c'è un evidente continuità, Benito Mussolini alla vicenda di Fiume diede un grosso supporto, anche come direttore del Popolo d'Italia, esaltando l'eroismo di questi personaggi, di questi combattenti. Mussolini ha incontrato D'Annunzio mentre stava pianificando la Marcia su Roma. C'è una continuità tra lo pseudo patriottismo di D'Annunzio, e il culto del potere che fu proprio di Mussolini e del fascismo”.

Snodo decisivo, l’interventismo bellico di D’Annunzio, parallelo a quello di Mussolini, che portarono l’Italia in una rovinosa guerra, che poteva essere evitata, e ad un immane bagno di sangue, a cui seguì una devastante crisi economica, politica e morale, che spalancò le porte alla dittatura fascista.

"In fondo la guerra è stato uno snodo importante, per rivelare la personalità di D'Annunzio - prosegue Giannantonio -, dell’uomo e dell’artista, che non possono essere visti come dimensioni a sé stanti: per lui morire in guerra significava vivere, la morte in battaglia era la più grande manifestazione della vita dell'uomo. Non si è mai posto problemi di natura morale, sul fatto che durante la grande guerra sono stati mandati al macello centinaia di migliaia di persone, ragazzini che non sapeva nemmeno perchè e contro chi si combatteva.Non ha mai dato segni di ripensamenti, da questo punto di vista. Era totalmente inebriato dalla sua ideologia, che ha prevalso sul senso umano. Il fascismo ha attinto a piene mani dall'immaginario creato da D'Annunzio, dagli slogan, dallo stile comunicativo, dall’idea della guerra come aspetto positivo, diventato negativo solo a seguito della vittoria mutilata, e dopo l'umiliazione ed emarginazione dei reduci di ritorno dal fronte”.

C’è poi l'occupazione di Fiume, e la città adriatica di Fiume, contesa tra il Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia,  12 settembre 1919, da un fronte politico a prevalenza nazionalista e guidata da D'Annunzio. di cui si ricorda, e anche si esalta, la Carta del Carnaro, costituzione provvisoria, che prevedeva diritti per i lavoratori, pensioni di invalidità, l'habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell'omosessualità, del nudismo e dell'uso di droga.

A tal proposito Giannantonio sostiene che in realtà "Fiume non fu laboratorio di democrazia, D'Annunzio non aveva un'ideale di libertà ed emancipazione, a lui e ai suoi accoliti, interessava dare sfogo alla dissolutezza e alla trasgressione. Era un erotico individualista, più che un libertario patriottico. il suo governatorato non fu una società libera, ma libertina, dove la cocaina circolava a fiumi". Filippo Tronca

 

 



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